La crisi nel Golfo Persico non è quello che sembra. Il vero obiettivo è un altro

Guido Giaume

04/05/2026

Petrolio, propaganda e potere: chi sta davvero vincendo nel Golfo Persico? La trappola narrativa tra Washington e Teheran si gioca su questo elemento.

La crisi nel Golfo Persico non è quello che sembra. Il vero obiettivo è un altro

La crisi nel Golfo Persico non si legge bene con gli strumenti tradizionali della geopolitica. C’è qualcosa di teatrale nella sequenza degli eventi: la tensione che sale, il blocco navale, l’annuncio americano di voler «aiutare» le petroliere a passare. Una coreografia più che una strategia.

Chi cerca la razionalità classica — interessi, costi, benefici, deterrenza — rischia di perdersi i passaggi più importanti, quelli che si svolgono non nelle sale operative ma nella percezione del pubblico americano.

Trump non gestisce le crisi internazionali come farebbero i suoi predecessori. Non cerca soluzioni, cerca momenti. Ogni escalation ha un arco preciso: si crea la tensione, la si alimenta fino al punto in cui diventa costosa per il proprio pubblico, poi si trova una via d’uscita che possa essere raccontata come vittoria. Il copione è sempre lo stesso, e funziona finché il prezzo della benzina rimane sopportabile. È una politica estera costruita non sull’interesse nazionale nel senso classico del termine, ma sull’emozione che riesce a generare nel proprio elettorato. La differenza, apparentemente sottile, ha conseguenze enormi per chi deve rispondergli.

Il problema iraniano è che quasi ogni mossa disponibile si trasforma in un regalo narrativo per Washington. Bloccare le petroliere dà a Trump il nemico visibile di cui ha bisogno per compattare il consenso interno. Lasciarle passare appare come una resa silenziosa, una sconfitta difficile da spiegare alla propria opinione pubblica senza un guadagno tangibile in cambio. L’intermittenza — bloccare un giorno, aprire il successivo — prolunga l’incertezza e complica la lettura, ma non risolve la trappola di fondo: la narrativa americana viene comunque scritta dall’altra parte. Washington ha la capacità, e la volontà, di reincorniciare qualsiasi esito come conferma della propria posizione di forza.

Esiste però una quarta via, meno visibile ma forse più insidiosa: quella delle mosse per interposta persona. milizie alleate, attori non statali, pressioni che arrivano da direzioni tecnicamente non riconducibili a Teheran. È la strategia che complica di più la costruzione della narrativa americana, perché priva Washington di un’attribuzione netta e di un bersaglio dichiarato. Il prezzo, però, è l’escalation incontrollabile: delegare la crisi a soggetti che non hanno interesse a gestirne le conseguenze è una scommessa ad alto rischio.

C’è poi una variabile spesso trascurata dagli analisti occidentali: la politica interna iraniana. Khamenei non risponde solo alla pressione esterna, risponde anche alle dinamiche di una successione sempre più imminente e di un equilibrio interno fragile. In questo senso il Golfo non è soltanto un teatro di confronto con gli Stati Uniti, ma anche uno strumento di consolidamento del fronte domestico. Una crisi che dura, gestita senza cedimenti visibili, può valere più di qualsiasi accordo diplomatico agli occhi delle fazioni che si contendono il futuro del regime.

L’unica mossa che potrebbe davvero rompere questa dinamica non è militare né diplomatica: è temporale. Prolungare la pressione economica abbastanza a lungo da far sentire il costo ai consumatori americani — al distributore di benzina, nella bolletta energetica, nell’umore dei mercati — prima che Trump riesca a costruire la sua narrativa americana di chiusura. È una scommessa sul timing, non sulla forza. E richiede una pazienza strategica che i sistemi democratici faticano a sostenere ma che i sistemi autoritari, paradossalmente, possono permettersi più facilmente.

Questo è forse il dato più interessante dell’intera vicenda: in un confronto dove un lato gioca sulla velocità dell’emozione e l’altro sulla lentezza del costo economico, il vantaggio non va necessariamente a chi ha più missili o più portaerei. Va a chi sa aspettare il momento sbagliato dell’avversario.

Nel frattempo si intravede già il prossimo capitolo. Cuba appare sempre più come il terreno su cui Washington vorrà spostare l’attenzione una volta chiuso il dossier iraniano, agganciandosi a una visione più ampia del controllo americano sull’emisfero occidentale — quella che alcuni hanno già ribattezzato una nuova Dottrina Monroe per il ventunesimo secolo. Una nuova tensione pronta a partire, con un copione già scritto, non appena quella attuale sarà abbastanza risolta da sembrare una vittoria.