La Cina sta preparando una nuova trasformazione industriale che potrebbe cambiare gli equilibri economici globali molto più rapidamente di quanto in molti prevedono.
C’è un non so che di familiare nel modo in cui la Cina si sta muovendo, lo stesso schema, la stessa capacità di trasformare una scommessa industriale in un dominio di mercato nel giro di pochi anni. Solo che questa volta non si tratta di magliette a buon mercato, pannelli solari o auto elettriche. No. Questa volta il nuovo tsunami economico cinese potrebbe camminare letteralmente sui pavimenti delle fabbriche.
Pechino sta investendo decine di miliardi di dollari nei robot umanoidi per abbattere i costi di produzione e rendere la Cina un polo industriale praticamente irraggiungibile nel corso dei prossimi 10 anni. E potrebbe anche riuscirci, visti i precedenti. Negli ultimi 25 anni, infatti, il mondo ha già dovuto subire diversi shock generati dalle esportazioni. Con l’ingresso della Cina nella World Trade Organization (WTO) nel 2001, il Dragone rosso ha inondato i mercati globali di merci a basso costo. Solo tra il 2001 e il 2018 l’industria americana ha perso milioni di posti di lavoro proprio a causa della pressione proveniente dalla manifattura cinese. Poi Pechino ha replicato lo stesso modello con i pannelli fotovoltaici, le batterie e i veicoli elettrici. Già nel 2025 la Cina produceva oltre il 60% di tutti i veicoli elettrici al mondo e controllava una quota dominante dell’intera catena globale delle batterie.
Ora Pechino vuole fare lo stesso con la robotica. Ma stavolta c’è qualcosa di diverso. Nelle ondate precedenti, la Cina esportava oggetti più economici, ma adesso l’obiettivo è ben più ambizioso, ovvero rendere la produzione di praticamente tutto più economica.
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I numeri da conoscere
Il Ministero dell’Industria cinese aveva già dichiarato ufficialmente nel 2023 che il Paese avrebbe dovuto raggiungere la produzione di massa di robot umanoidi entro il 2025, per poi trasformarli in un nuovo motore di crescita economica entro il 2027.
Lo Stato cinese finanza attivamente già da tempo l’adozione dei robot attraverso amministrazioni locali, imprese statali, parchi industriali e istituti di ricerca. Solo nell’arco di un anno, gli ordini di robot umanoidi collegati a soggetti statali sono passati da 4,7 milioni di yuan (circa 650.000 euro) a 214 milioni di yuan (quasi 30 milioni di euro), per un aumento di oltre 45 volte in 12 mesi. Alcuni robot umanoidi cinesi vengono già venduti a circa 12.500 euro, più o meno il prezzo di una Fiat Panda.
Come cambierà l’economia mondiale?
Un lavoratore in una fabbrica cinese costa oggi tra i 10.000 e i 15.000 euro circa all’anno per le posizioni più qualificate, compresi salario, contributi previdenziali, alloggi e costi accessori. Se un robot riesce a lavorare anche solo al 50% dell’efficienza umana, ma senza pause, senza malattie, senza costi sociali e 24 su 24, l’economia della produzione cambia. La Cina non vuole stupire il mondo con un robot che balla su un palco, ma rendere le sue fabbriche più economiche di quelle messicane, indiane o vietnamite.
La Cina, in fondo, sta semplicemente cercando una via d’uscita dai suoi problemi - i lavoratori scarseggiano, la popolazione invecchia, gli stipendi sono saliti tanto da non essere più un vantaggio competitivo. Le fabbriche sono schiacciate dai dazi americani, una domanda interna che non decolla, come anche dalla concorrenza sempre più aggressiva del Sudest asiatico. Competere sul costo del lavoro, come ha fatto per trent’anni, non è più un’opzione reale.
E allora Pechino ha deciso di cambiare gioco: se non puoi più vincere con i salari bassi, vinci con le macchine. E le conseguenze di questa scelta si estendono ben oltre i confini cinesi, perché se una fabbrica riesce a rimpiazzare anche solo una parte dei suoi operai con robot che costano come un’auto usata, il vantaggio che oggi hanno Vietnam, Bangladesh e Messico inizia ad assottigliarsi.
Perché la prossima rivoluzione industriale parte proprio dalla Cina?
Secondo la Federazione internazionale di robotica, la Cina dispone già di circa 2 milioni di robot industriali nelle sue fabbriche, circa 4,5 volte più del Giappone. Ha già, insomma, un ecosistema quasi pronto per la fase “successiva”.
Per produrre robot servono batterie, motori, sensori, sistemi di visione artificiale, chip, componenti elettronici, software e una base industriale enorme e Pechino controlla già gran parte di queste filiere. Produce oltre il 75% delle batterie agli ioni di litio nel mondo e domina la lavorazione delle terre rare, dei componenti critici per l’elettronica e i motori. Secondo un rapporto dell’istituto tedesco MERICS, nel 2025 la Cina ha prodotto circa 13.000 robot umanoidi, pari a circa il 90% della produzione globale.
Ma non è tutto oro quel che luccica. L’efficienza operativa, va detto, è ancora pari a circa la metà rispetto al lavoro umano, i robot continuano a sbagliare, faticano a compiere certi movimenti e rendono al meglio solo in ambienti fortemente controllati. Ma la storia legata agli sviluppi tecnologici ci insegna che le debolezze iniziali spesso vengono migliorate molto più rapidamente di quanto i mercati si aspettino, soprattutto quando dietro un’industria c’è uno Stato con risorse praticamente illimitate.
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