La bolla AI fa tremare i mercati. Il filo nascosto che lega Nvidia, Bitcoin, Giappone e un titolo di Piazza Affari

Claudia Cervi

21 Novembre 2025 - 21:52

Non è solo l’AI a far tremare i mercati: il filo che unisce Nvidia, Bitcoin, i rendimenti giapponesi e un titolo italiano svela un rischio più profondo.

La bolla AI fa tremare i mercati. Il filo nascosto che lega Nvidia, Bitcoin, Giappone e un titolo di Piazza Affari

A Wall Street, le bolle non scoppiano quando i prezzi sono esagerati, scoppiano quando gli investitori decidono di fare cassa. Ray Dalio, il fondatore di Bridgewater che negli ultimi quarant’anni ha anticipato più crisi di quante se ne possano ricordare, lo ripete da giorni.

Non è una provocazione, ma un avvertimento: secondo lui il rapporto tra ricchezza finanziaria americana e massa monetaria sta toccando livelli che ricordano il 1929 e la stagione delle dot-com. E questo, potrebbe segnalare che nei prossimi dieci anni i rendimenti reali saranno vicini allo zero. Non perché le aziende smetteranno di crescere, ma perché il mercato potrebbe trovarsi all’improvviso nella fase in cui preferisce la liquidità al rischio.

E l’aria di queste settimane assomiglia al momento in cui gli investitori cominciano a guardarsi intorno con inquietudine. Nvidia pubblica risultati record ma il Nasdaq ribalta il rally in un tonfo. Bitcoin crolla proprio quando avrebbe dovuto apprezzarsi. I rendimenti giapponesi salgono oltre una soglia che rischia di risucchiare capitali da mezzo mondo. E perfino in Piazza Affari c’è un titolo, piccolo ma simbolico, che rischia di essere travolto dalla bolla sull’intelligenza artificiale.

Ecco perché vale la pena osservare da vicino questi asset che sembrano lontanissimi, ma che si muovono come ingranaggi dello stesso meccanismo e sono legati dalla stessa vulnerabilità.

Nvidia, Bitcoin e il fantasma delle bolle speculative

Da settimane il mercato si interroga sul rischio di una bolla legata all’AI e il paradosso è che l’ultimo scossone non è arrivato da una delusione, ma da una performance straordinaria. Quella di Nvidia che nell’ultima trimestrale ha riportato ricavi record per 57 miliardi di dollari, in crescita del 62% sull’anno. Inoltre ha alzato l’asticella per il quarto trimestre con una guidance attorno ai 65 miliardi contro i 62 miliardi attesi dagli analisti. Jensen Huang ha parlato di domanda “eccezionale” per i chip Blackwell, cloud sold out, ciclo AI più forte che mai. Numeri che in qualsiasi altro momento avrebbero fatto partire nuovi rally.

Grafico Nvidia Grafico Nvidia Fonte Tradingview

E invece è successo l’opposto. Il titolo ha perso terreno il giorno successivo, trascinato in un’ondata di vendite che ha colpito tutto il settore tech. Non perché Nvidia abbia sbagliato qualcosa, ma perché la combinazione di valutazioni altissime, prese di profitto da parte di grandi fondi (da SoftBank alla galassia di Peter Thiel) e un mercato già nervoso ha creato la miscela perfetta. È bastata una scintilla per ribaltare il sentiment. Anche il Nasdaq nella seduta di giovedì ha aperto in rally e chiuso in rosso profondo.

In questo clima Bitcoin è diventato il secondo termometro della paura. Invece di approfittare del calo dei rendimenti americani e della prospettiva di nuovi tagli dei tassi, la criptovaluta ha iniziato a scivolare verso quota 80 mila dollari. Un segnale chiaro che gli investitori stanno vendendo ciò che è più liquido e volatile per ridurre il rischio complessivo, proprio come accade nelle fasi in cui si teme un eccesso di valutazioni. La volatilità torna a crescere e il mercato inizia a muoversi all’unisono, come accade nelle fasi in cui la fiducia traballa.

Grafico Bitcoin Grafico Bitcoin Fonte Tradingview

E mentre l’attenzione era concentrata sulla Silicon Valley, un terzo segnale è arrivato dal Giappone, dove i rendimenti obbligazionari hanno superato una soglia considerata delicata (1,8%). Il rischio, almeno in teoria, è quello di un rimpatrio dei capitali giapponesi investiti all’estero, un’enorme massa di asset che comprende tecnologia americana, mercati emergenti, criptovalute. È così che asset apparentemente scollegati iniziano a raccontare la stessa storia: non serve necessariamente che qualcosa vada male, basta che il mercato smetta di sentirsi invincibile.

Il titolo italiano che rischia di ballare se la bolla AI si sgonfia

Tra i titoli italiani più esposti al vento dell’intelligenza artificiale c’è Reply , una mid-cap solida che negli ultimi anni ha costruito parte della sua crescita proprio attorno ai servizi digitali, al cloud e ai progetti basati su AI e big data. Non è una “pure AI company”, ma vive abbastanza vicino al cuore dell’innovazione da risentire di ogni oscillazione del sentiment globale.

I risultati del terzo trimestre 2025 lo confermano: ricavi a 1,819 miliardi, +9% su base annua e leggermente sopra le attese, ma con una crescita organica rallentata al 5,3%, frenata soprattutto dal mercato tedesco ancora debole in media, automotive e agenzie digitali. L’Italia invece continua a correre con un solido +7,5%.

La redditività resta il punto di forza, con un Ebitda di 111,8 milioni e un margine del 18,7%, ben oltre le stime. È qui che nasce il dubbio sollevato da Berenberg: l’AI sta rendendo Reply più redditizia, ma a scapito della crescita? La banca tedesca teme che senza un’accelerazione più evidente sul fronte organico il titolo faticherà a rivalutarsi e ha tagliato il target price a 150 euro. Equita è più ottimista sui margini, ma ha rivisto comunque al ribasso le stime sui ricavi.

Ed è questo mix a rendere Reply uno dei titoli italiani più sensibili a una eventuale bolla AI.

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