L’Unione dei Capitali, dopo la Banking Union ed il MES: il Triangolo delle Bermude in cui l’Europa intera affonda

Guido Salerno Aletta

06/12/2024

Non esiste sovranità politica senza sovranità monetaria e prima ancora senza sovranità finanziaria: senza realizzare queste premesse, anche l’Unione dei Capitali è inutile.

L’Unione dei Capitali, dopo la Banking Union ed il MES: il Triangolo delle Bermude in cui l’Europa intera affonda

Ogni volta, in Europa si fa un passo in avanti, ma poi si vede che non basta mai per eguagliare gli Stati Uniti: dopo la crisi bancaria innescata dagli Usa nel 2008, è stata centralizzata la vigilanza prudenziale sulle banche di rilievo sistemico affidandola alla Bce, è stato istituito il Fondo Salvastati, ed è stato stabilito il divieto di bail-out per il salvataggio degli istituti di credito in difficoltà prevedendo sistemi automatici di risoluzione delle crisi ed una tassonomia inderogabile dei soggetti che devono farsi carico delle perdite.

Ma ora ci si lamenta ancora, per le nostre banche che hanno una taglia notevolmente inferiore rispetto a quelle statunitensi, per lo strapotere dei Fondi di investimento d’oltre Atlantico che aspirano continuamente i capitali europei, per la ridicola capitalizzazione delle tante Borse nazionali su cui vengono quotate le imprese europee, e per la loro inarrestabile migrazione verso l’Olanda e verso l’Irlanda al fine di lucrare vantaggi societari e fiscali.
Ora servirebbe un nuovo passo in avanti, con la realizzazione di un assetto che unifichi i mercati dei capitali che attualmente sono frammentati a livello nazionale.
Un passo ritenuto decisivo.

C’è invece una questione, prima di ogni altra, a cui occorre dare una risposta: spiegare il motivo per cui Wall Street ha una dinamica incomparabilmente superiore a quella delle altre Borse nazionali, soprattutto quelle europee, considerando soprattutto che lì sono quotate le industrie più moderne e globali, quelle che operano nel settore delle tecnologie informatiche e dei social media e che da sole valgono all’incirca un terzo dell’intero listino. Da Facebook ad Amazon, da Apple a Netflix, fino a Google, le cinque FAANG Companies rappresentano il meglio dell’applicazione delle tecnologie informatiche.

Ma anche nel mondo della manifattura, anche se fortemente innovativa trattandosi di vetture a trazione elettrica, c’è di che rimanere senza parole. Basta vedere che cosa è successo alla Tesla: contando sul potere che Elon Musk avrà nella prossima Amministrazione dopo la vittoria di Donald Trump alle presidenziali, è arrivata a capitalizzare oltre 1.100 miliardi di dollari, con un rapporto price/earning di oltre 100 volte, registrando un incremento del 38% nel solo mese di novembre, quando ad aprile scorso ne valeva meno di 500 una somma pari.

In realtà, all’inizio la sfida era quella di realizzare un’auto a guida autonoma, con un sistema di sensori e di visori coordinati da computer in remoto e collegati via radio: ma le difficoltà ed i rischi erano tali e tanti che si è preferito puntare sulla trazione elettrica, sul sogno dello ZEV, lo Zero Emission Vehicle che lo Stato della California insegue da almeno quarant’anni, dal varo dei primi Clean Air Act che impedivano la commercializzazione delle vetture europee che erano considerate troppo inquinanti. Era solo una forma di protezionismo commerciale, ma ce lo siamo bevuto fino alla fine, anche truccando le carte fino allo scoppio del Dieselgate che ha accoppato senza rimedio la Wolkswagen.
Gli Usa continuano dunque ad avere i poteri di un Re Mida: ogni idea, anche la più strampalata come l’Hyperloop ideata sempre da Musk, un sistema di trasporto di tipo ferroviario che avrebbe dovuto raggiungere la velocità di 1.200 km/h con capsule a levitazione magnetica che viaggerebbero all’interno di tunnel a bassa pressione poggiati su piloni, muove risorse impressionanti. Salvo fallire, nel silenzio generale.

Per non parlare delle avventure spaziali di cui si favoleggia da anni, con Space X che è impegnata nella colonizzazione di Marte: per Musk, la Luna è un obiettivo troppo semplice da raggiungere, probabilmente perché è impossibile “tornarci” con un equipaggio umano. Il rischio di un flop sarebbe devastante, ed allora si mira a ciò che è collocato in una prospettiva futura lontanissima.
Negli Usa, nel regno di Hollywood, dal tempo di Guerre stellari tutto è possibile.

L’Europa è tutt’altra cosa. Empirismo e razionalismo sono radicati fin dentro le nostre midolla e l’etica del Capitalismo si fonda su questi principi di responsabilità personale e collettiva: il calcolo è tutto, il sogno è follia.
L’Europa non solo continua ad essere la Periferia dell’Impero, ma vive del mercantilismo su cui si fonda il pensiero economico della Germania che ha egemonizzato il Continente a partire dal Trattato di Maastrich, che risale al 1992, l’anno successivo a quello della caduta del Muro di Berlino: produce per vendere all’estero, reimpiegando il profitto in asset finanziari ad alto rischio ed elevato rendimento, visto che all’interno sono i bassi tassi di interesse che rendono ancora conveniente svolgere l’attività industriale tradizionale.

Ecco la risposta che manca, quando si constata che il sistema europeo, anche sommando le singole componenti bancarie e finanziarie, è incomparabilmente più piccolo di quello statunitense, e che la capitalizzazione complessiva delle sue industrie automobilistiche non arriva a quello della sola Tesla che fattura e vende una frazione infinitesima: mentre gli Usa raccolgono capitali da tutto il mondo, l’Europa fa l’esatto contrario. I capitali europei vengono impiegati con larghezza in titoli americani, come dimostrano le perdite gigantesche subite nel 2008 sui titoli in cui erano stati cartolarizzati i mutui sub-prime.
Di più: poiché gli Usa sono i più grandi debitori verso il resto del mondo e rappresentano la piazza finanziaria più grande e più liquida del pianeta, il resto del mondo non ha alcun interesse che falliscano, che ci sia un crollo dei corsi a Wall Street e meno ancora ad una svalutazione del dollaro.

Oggi siamo ad un punto di svolta: l’Amministrazione Trump ha preso atto della insostenibilità del duplice deficit strutturale che affligge gli Usa, quello del bilancio federale e quello della bilancia commerciale. Imporrà dazi in modo generalizzato, iniziando da Cina, Messico e Canada, per ridurre le importazioni senza svalutare il dollaro, creando così le condizioni per cui è più conveniente produrre negli Usa piuttosto che esportare merci prodotte altrove.
L’Europa, piuttosto che baloccarsi nel sogno di nuovi passi in avanti, dovrebbe farne numerosi all’indietro: così come è impensabile che la Fed consenta un default del Tesoro statunitense, perché acquisterebbe i titoli inoptati dal mercato e rimborserebbe quelli in scadenza creando liquidità dal nulla, parimenti la Bce dovrebbe garantire la solvibilità dei titoli di Stato europei ed un abbattimento degli spread.
D’altra parte, anche la “Greenspan put”, la pratica della Fed di immettere liquidità attraverso il sistema bancario americano, affinché potesse comprare a prezzi infimi i titoli dei mercati esteri in crisi, è stato uno strumento di controllo e di dominio attraverso il dollaro.

Non esiste sovranità politica senza sovranità monetaria e prima ancora senza sovranità finanziaria: senza realizzare queste premesse, anche la Capital Union è un progetto inutile, come è già stato col Mes e con la Banking Union.