L’ultima guerra tra Usa e Cina: la grafite (dopo germanio e gallio)

Federico Giuliani

16 Dicembre 2023 - 06:45

La Cina è il principale produttore mondiale di grafite e un terzo delle importazioni degli Stati Uniti di questo materiale sono made in China. Altri alleati statunitensi sono ancora più dipendenti.

L’ultima guerra tra Usa e Cina: la grafite (dopo germanio e gallio)

C’è un nuovo fronte nella guerra tecnologica e commerciale tra Stati Uniti e Cina. L’ultimo settore finito nell’occhio del ciclone è quello relativo ai metalli necessari per alimentare i veicoli elettrici e produrre chip per computer ed elettronica di uso quotidiano. Gli stessi metalli che alimentano l’economia degli Usa e del mondo intero.

Nello specifico, il governo cinese ha posto importanti limiti all’esportazione della grafite, specificando che questa mossa non riguarda alcun Paese specifico, è in linea con le norme internazionali e avrebbe lo scopo di proteggere la sicurezza e gli interessi nazionali cinesi. Già in estate, tuttavia, Pechino aveva chiarito che le restrizioni sui minerali critici erano la risposta degli sforzi di Washington di limitare l’accesso del gigante asiatico ai semiconduttori americani avanzati.

“Questo è solo l’inizio”, dichiarava a luglio Wei Jianguo, ex vice ministro del commercio, quando la Repubblica Popolare Cinese aveva limitato le esportazioni di gallio e germanio, materiali utilizzati in svariati campi, dai semiconduttori ai sistemi d’arma, passando attraverso i pannelli solari ad alte prestazioni.“ La Cina ha molti mezzi e tipi di sanzioni che può usare. Se le restrizioni alla nostra industria ad alta tecnologia continuano a intensificarsi, anche le contromisure della Cina aumenteranno”, aveva avvertito lo stesso Wei. Oggi il governo cinese sta facendo proprio questo.

Grafite, germanio e gallio: il “tridente” della Cina

Le ultime e nuove restrizioni cinesi riguardano un altro minerale chiave: la grafite, una forma morbida di carbonio utilizzata in quasi tutte le batterie delle auto elettriche. Le regole richiederanno l’approvazione degli esportatori di grafite di alta qualità, e sono state annunciate tre giorni dopo che Washington ha rilasciato nuovi controlli per limitare i chip di intelligenza artificiale diretti in Cina.

Secondo quanto riportato dal Washington Post, attuare restrizioni sull’export di materiali strategici è forse l’arma più potente di Pechino, dato che un’arma del genere è in grado di colpire il cuore degli sforzi statunitensi volti a creare posti di lavoro nel settore green (nel bel mezzo della transizione energetica degli Usa).

L’amministrazione Biden, tra l’altro, considera tutti e tre i minerali presi di mira dal Dragone — grafite, gallio e germanio — come “critici”, ovvero fondamentali per la sicurezza economica e nazionale della nazione, nonché vulnerabili alle interruzioni della catena di approvvigionamento globale. Già, perché, semplicemente, gli Stati Uniti fanno affidamento sulle importazioni cinesi sia per il germanio che per il gallio che per la grafite.

Il dominio del Dragone sui metalli critici

La Cina domina il settore dei metalli critici, incluso un altro insieme chiave di minerali: le terre rare. Stiamo parlando di un gruppo di 17 elementi necessari per quasi tutta la tecnologia energetica pulita e la produzione avanzata (dagli smartphone, ancora, ai sistemi di armi). Tra il 2018 e il 2021, il 74% delle importazioni statunitensi di terre rare proveniva da oltre la Muraglia.

Per la cronaca, il controllo cinese delle terre rare è iniziato tre decenni fa, a causa di molteplici fattori: politiche industriali mirate e sussidi all’esportazione, manodopera a basso costo, assenza di rigide politiche ambientali (a differenza di oggi).

Tornando ai numeri, il gigante asiatico controlla il 70% della produzione mondiale di terre rare, raffina oltre la metà del litio mondiale e l’80% del cobalto, e domina le forniture di nichel e manganese. La Cina è il principale produttore mondiale di grafite e un terzo delle importazioni degli Stati Uniti di questo materiale sono made in China. Altri alleati statunitensi sono ancora più dipendenti. La Corea del Sud e il Giappone, ad esempio, fanno affidamento su Pechino per oltre il 90% delle loro esigenze di grafite.

La guerra cinese della grafite arriva in un momento particolare, proprio mentre Pechino sta posizionando le sue aziende al centro delle catene di approvvigionamento automobilistiche del mondo. I produttori cinesi, ha spiegato Nikkei Asian Review, si sono mossi per costruire componenti per batterie all’estero (e abbiamo detto che la grafite ne è una componente chiave).

Ningbo Shanshan a settembre ha dichiarato che investirà fino a 1,28 miliardi di euro per costruire una fabbrica di anodi in Finlandia, con l’obiettivo di produrre in serie in due anni. Shanghai Putailai New Energy Technology a maggio ha annunciato piani per un impianto svedese dal valore di circa 1,4 miliardi di euro. Un totale di 17 produttori cinesi di materiali per batterie hanno annunciato piani per 22 fabbriche all’estero nel corso del 2023, spendendo oltre 13 miliardi di euro. In ogni caso, se la Cina volesse davvero far male agli Usa non limiterebbe l’export di grafite, quanto quello dei metalli rari. È chiaro che questo è soltanto un avvertimento. Forse l’ultimo.