L’S&P 500 sconta un futuro che i Treasury USA non vedono

Tommaso Scarpellini

23 Maggio 2025 - 13:47

Lo scollamento tra i rendimenti record dei Treasury USA e la tenuta dell’S&P 500 fa paura. Cosa vede l’azionario, che l’obbligazionario non vede?

L’S&P 500 sconta un futuro che i Treasury USA non vedono

C’è qualcosa che non torna nei mercati. Il mercato obbligazionario lancia segnali d’allarme: i Treasury a 30 anni superano il 5%, gli investitori in bond a lunga duration subiscono perdite marcate, e il rischio sovrano USA torna nei radar degli operatori.

L’S&P 500, però, sembra ignorare tutto. Una lateralità rialzista che più che forza trasmette noncuranza. La domanda sorge spontanea: l’azionario vede qualcosa che il resto del mercato non sta ancora cogliendo?

È in questo clima di scollamento tra equity e bond che si inserisce l’allarme lanciato da Jamie Dimon all’Investor Day di JPMorgan: tra stretta creditizia, stagflazione e pressioni tariffarie, il rischio di un nuovo sell-off azionario è concreto.

Ed è proprio questa divergenza che merita attenzione: forse si sta formando una delle più grandi asimmetrie percettive degli ultimi anni.

Il contrasto tra bond e equity: la matematica contro l’emozione

C’è un vecchio detto nei mercati: “I Treasury sono strumenti matematici, le azioni strumenti emotivi.”
Nel mercato obbligazionario, se esiste un rischio, viene scontato, indipendentemente da cosa pensi il singolo investitore. Se c’è un’opportunità, viene prezzata con la stessa freddezza.

L’equity no. L’equity si muove su aspettative, emozioni, storytelling, FOMO.
Per questo oggi assistiamo a un paradosso finanziario: da un lato, i rendimenti dei bond schizzano in alto; dall’altro, l’S&P 500 galleggia con apparente tranquillità.

Ma perché i Treasury stanno crollando? È qui che inizia la parte interessante. Chi cerca una spiegazione unica si illude: non c’è una singola causa, bensì una somma di fattori, tutti concatenati.

Aste deboli e domanda in calo: la paura si riflette nei rendimenti

Il primo segnale arriva direttamente dal cuore della macchina statale americana: le aste del Tesoro USA stanno andando male. L’ultima, quella sui 20 anni, ha deluso le aspettative. La domanda è fiacca, e la domanda cruciale inizia a rimbalzare nei mercati: “Gli Stati Uniti riusciranno davvero a sostenere il proprio debito?

Non è solo una provocazione intellettuale. È un rischio reale. E quando il rischio diventa reale, il mercato obbligazionario chiede un premio più alto per detenerlo. I rendimenti salgono. E non si tratta di una fluttuazione tecnica: il rialzo ha superato anche quello degli swap su tassi d’interesse, segnalando che non è solo questione di aspettative sui Fed Funds, ma proprio paura vera.

Una paura legata anche alla struttura del debito: nel 2025, scadrà circa il 30% del debito USA. Il rollover sarà costoso. Teoricamente si può sempre alzare il tetto al debito. Ma praticamente? Si alza anche il rischio sistemico percepito.
E questo accade prima ancora di considerare altre variabili.

Il fattore Trump e lo spettro del deficit cronico

Trump è tornato con promesse fiscali a pioggia. Tagli alle tasse, incentivi agli investimenti, programmi di spesa ovunque. Tutto questo suona bene in campagna elettorale, ma significa nuovi deficit. Secondo le stime più aggiornate, il piano repubblicano potrebbe aggiungere oltre 25.000 miliardi di dollari di debito nel prossimo decennio. Una cifra che fa tremare le fondamenta della fiducia sul dollaro.

A mettere ulteriore pressione c’è anche il Giappone. Lo yen, da sempre valuta di carry trade verso i Treasury, sta mostrando segnali di forza. E vista la carenza di domanda anche nelle aste dei JGB a 20 anni, il rendimento della curva è arrivato a nuovi record, sui 40 anni anche a 3.60%. Questo crea un’alternativa interna per gli investitori giapponesi, storicamente grandi compratori di debito USA. Meno domanda estera = più difficoltà a piazzare Treasury = più alti i rendimenti richiesti.

E quindi l’S&P 500? Dorme? O sta semplicemente sognando un finale diverso?

L’equity vive nel futuro: e quel futuro non fa così paura

Il mercato azionario, per quanto emotivo, è anche forward-looking. Anticipa scenari, ragiona su probabilità, non su certezze.
E lo scenario che l’S&P 500 sembra aver messo in conto è più roseo di quanto possa sembrare:

  • Le aziende americane continueranno a macinare profitti, con una stima di crescita media del +9% nel 2025 secondo l’ultimo aggiornamento FactSet.
  • Il PIL USA resterà positivo, spinto anche dalla riduzione dei dazi globali.
  • L’inflazione sta rallentando, lasciando intravedere un possibile soft landing.

Insomma, per l’S&P 500, i rischi esistono, ma non sono sistemici. Sono rumori, non segnali. Sono ondate, non tsunami. Inoltre, la memoria storica gioca a favore del risk-on: negli ultimi 100 anni, ogni rischio sul debito USA è stata risolta politicamente, ogni ondata inflattiva è stata riassorbita, ogni rischio di sell-off è stato seguito da un rally. E questo porta l’investitore equity medio a un comportamento quasi fideistico: restare investito conviene sempre, anche se tutto sembra sul punto di crollare.

E se stavolta fosse diverso?

Ma il punto vero è questo: e se stavolta fosse diverso?
È la domanda che il mercato azionario ha deciso di mettere da parte. Non perché non la conosca, ma perché non conviene rispondere. Il mercato azionario oggi preferisce scommettere che tutto si risolverà, o almeno, che ci sarà tempo per reagire.
In fondo, fino a quando il credito non si blocca e il consumo non collassa, l’S&P 500 ha una scusa valida per non scendere.

Ma attenzione: il mercato obbligazionario sta già lanciando l’allarme. E quando il mercato dei bond parla, è sempre meglio ascoltare. Magari il timing non sarà perfetto, ma nel lungo termine, i bond non mentono.

Quindi, chi avrà davvero ragione? Chi vive nel futuro o chi sta facendo i conti con il presente?