L’oro della Banca d’Italia finisce nel mirino della politica ma il vero nodo è l’indipendenza della Banca Centrale

Salvatore Casolaro

09/12/2025

Dalla riformulazione dell’emendamento alle tensioni con UE e BCE: cosa c’è davvero in gioco.

L’oro della Banca d’Italia finisce nel mirino della politica ma il vero nodo è l’indipendenza della Banca Centrale

“La necessità di comprendere come si preserva la stabilità della moneta una volta reciso qualsiasi legame con un’attività reale sottostante, di una moneta cioè basata esclusivamente sul ’fiat’ del sovrano, non è più solo un affascinante oggetto di indagine teorica: diventa una questione pratica pressante. È in questo contesto che matura il concetto di autonomia della Banca Centrale nel significato che le si dà oggi”.

Sono le parole introduttive pronunciate dal Direttore generale della Banca d’Italia Luigi Federico Signorini in un recente convegno (24/11/2025) tenuto a Firenze per commemorare il centenario di Giovanni Spadolini.

E osserva ancora: “La tentazione del sovrano di sfruttare il privilegio di battere moneta per finanziare la spesa pubblica attraverso un aumento della circolazione monetaria, generando inflazione, è vecchia forse quanto la circolazione monetaria stessa”. Queste parole assumono un significato particolare alla luce della recente proposta, inserita come emendamento alla legge di bilancio da parlamentari vicini al Governo e finalizzata a dichiarare che «le riserve auree della Banca d’Italia appartengono al popolo italiano». Tale proposta è stata riformulata in una versione più soft: “le riserve auree gestite e detenute dalla Banca d’Italia appartengono allo Stato, in nome del Popolo Italiano”. Ma in un contesto in cui il “Gold Standard” non esiste più ormai da oltre un secolo (prima metà del novecento) perché si è riacceso il dibattito su tale asset?

Gli effetti immediati e prospettici di questa proposta

Già a gennaio del 2014 l’attuale Premier Giorgia Meloni, da esponente di opposizione, chiedeva al governo Letta di votare un ordine del giorno in cui si sollecitava di chiarire che le riserve auree «rimanevano di proprietà del popolo italiano».
La Banca d’Italia detiene la terza riserva aurea al mondo (circa 2.452 tonnellate). Alla fine del 2024 – si legge nell’ultimo bilancio di esercizio di Palazzo Koch – il valore di quell’oro era pari a 197.945 milioni di euro. L’incremento di 50.706 milioni sull’anno precedente è dovuto alla maggiore quotazione del metallo, aumentata del 34,4 per cento rispetto alla fine del 2023. Tali dimensioni hanno indotto anche la BCE ad intervenire al fine del rispetto del quadro giuridico europeo: la gestione delle riserve auree nazionali rientra nei compiti delle banche centrali nazionali correntemente integrate nel Sistema europeo delle banche centrali (SEBC) ed il Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea (TFUE) stabilisce l’indipendenza di queste istituzioni nelle funzioni connesse alla politica monetaria ed alla gestione delle riserve. Le preoccupazioni sollevate dalla proposta di conferire le riserve auree al Governo sono molteplici e strettamente intrecciate. La sola ipotesi che lo Stato possa disporre delle riserve mette in discussione la credibilità e l’indipendenza della Banca d’Italia, minando il suo ruolo di garante dell’affidabilità finanziaria nazionale e influenzando potenzialmente sia il mercato obbligazionario sia i rapporti con le controparti internazionali. A questo si aggiungono i possibili rischi legali: Commissione UE e BCE potrebbero considerare la misura una violazione del diritto comunitario. Non meno rilevanti sono i rischi operativi e di mercato, perché immettere ingenti quantità di oro in un contesto già segnato da tensioni geopolitiche rischierebbe di deprimere i prezzi e generare perdite rilevanti; l’oro, infatti, non è uno strumento da liquidare rapidamente senza effetti sui corsi. Infine, occorre considerare le implicazioni per il Sistema Europeo delle Banche Centrali: la Banca d’Italia si muove all’interno di un quadro di cooperazione con la BCE e le altre banche centrali nazionali e scelte unilaterali rischierebbero di incrinare gli equilibri e complicare i meccanismi di gestione congiunta delle riserve.

La nomina del nuovo presidente della FED: il parallelo con la questione dell’oro

Kevin Hassett, attuale direttore del Consiglio economico nazionale della Casa Bianca, emerge come il principale favorito per la presidenza della Federal Reserve (fonte Bloomberg), una nomina che, se confermata, segnerebbe un punto di svolta significativo nella storia recente della banca centrale americana. Hassett, considerato un alleato strettamente allineato alla visione economica di Donald Trump, ha più volte dichiarato la propria intenzione di abbassare i tassi di interesse immediatamente e ha criticato la Fed per aver perso il controllo dell’inflazione nella gestione post-pandemica. La nomina rappresenterebbe dunque un tentativo diretto di trasferire al vertice della Fed un approccio politico-economico in stretto contatto con il presidente, riducendo di fatto il grado di autonomia tradizionalmente garantito alla banca centrale. Trump non ha ancora ufficializzato la decisione, ma le indicazioni pubbliche lasciano intendere che l’annuncio potrebbe arrivare entro dicembre. Sullo sfondo, la Fed ha iniziato il taglio ai tassi di interesse, ma i funzionari restano divisi su inflazione e mercato del lavoro, creando tensioni interne e un contesto di incertezza che amplifica il peso politico della futura nomina.
Il caso americano porta inevitabilmente a un parallelismo con le tensioni italiane emerse sulla possibile gestione delle riserve auree della Banca d’Italia. Anche qui, la prospettiva di un intervento diretto dello Stato sulle riserve minaccia l’indipendenza di un’istituzione centrale, con possibili ricadute immediate sulla credibilità verso i mercati e le controparti internazionali. In entrambi i casi, emerge un nodo comune: la sottile linea tra controllo politico e autonomia tecnica delle banche centrali può determinare non solo l’efficacia della politica monetaria, ma anche la stabilità complessiva del sistema finanziario. Il rischio di strumentalizzazione politica, sia negli Stati Uniti sia in Italia, non è teorico, ma concreto, con impatti potenzialmente rilevanti sulla fiducia degli operatori e sulla gestione dei mercati. La vicenda di Hassett e quella dell’oro Banca d’Italia mostrano quindi come la tutela dell’indipendenza delle banche centrali resti una questione cruciale e fragile, al centro di un dibattito che unisce geopolitica, politica interna e stabilità monetaria.

Perché il governo guarda all’oro di Via Nazionale

Nel dibattito politico l’idea di riportare sotto il controllo diretto del governo la disponibilità dell’oro della Banca d’Italia riaffiora periodicamente, quasi sempre nei momenti di tensione finanziaria o di frizioni con Bruxelles. È un tema che non riguarda solo la contabilità delle riserve: riguarda il potere. Perché l’oro, per un Paese, è molto più di un asset. È un simbolo di sovranità, uno strumento psicologico nei negoziati, un “tesoretto” percepito dall’opinione pubblica come garanzia ultima. E non c’è bisogno di toccarlo davvero perché assuma un valore politico.
Dietro alle spinte per ricondurre formalmente l’oro nella disponibilità del Tesoro si possono leggere diversi possibili obiettivi. Il primo è narrativo: mostrare che l’Italia dispone di un patrimonio potenzialmente mobilizzabile. Una suggestione più che una possibilità concreta, certo, ma sufficiente a creare un frame politico differente. Il secondo obiettivo riguarda l’Europa. Avere voce diretta su un asset così rilevante rafforzerebbe il potere negoziale del governo nei tavoli con Bruxelles, specie in un contesto di revisione del Patto di Stabilità e di nuove regole sulla governance economica. Un messaggio implicito: “abbiamo risorse, abbiamo leve, non dipendiamo interamente dalle vostre regole”.

C’è poi la questione istituzionale. Toccare l’oro significa, inevitabilmente, toccare l’autonomia della Banca d’Italia. Anche senza violare formalmente l’indipendenza della banca centrale, spostare l’equilibrio simbolico tra Tesoro e Via Nazionale alimenta l’idea che la politica economica debba tornare più saldamente nelle mani dell’esecutivo. È un trend osservabile anche altrove, dagli Stati Uniti ai Paesi dell’Est Europa: la tentazione di “rimettere in riga” le autorità indipendenti è un tratto crescente della politica contemporanea.
Infine, l’aspetto identitario. Negli ultimi anni il governo ha rivendicato un rafforzamento del controllo statale sugli asset strategici – energia, telecomunicazioni, difesa, infrastrutture – ampliando e utilizzando con decisione gli strumenti di golden power. In questo quadro, l’oro non è un’eccezione ma un tassello ulteriore: il bene simbolico per eccellenza da ricondurre nell’orbita della sovranità nazionale. Una mossa che, anche se solo evocata, produce effetti politici. Ma che, sul piano istituzionale, solleva un interrogativo cruciale: quanto può essere spinta la retorica della sovranità senza intaccare l’indipendenza della banca centrale, pilastro dell’affidabilità finanziaria del Paese?