L’Italia invecchia in fretta e il rapporto tra anziani e popolazione in età lavorativa diventa sempre più sbilanciato. In condizioni ottimali dovrebbe esserci una fetta consistente di abitanti tra i 20 e i 64 anni, ossia nella fascia d’età nella quale si è considerati idonei e disponibili a lavorare e poi un’altra parte, in minoranza, di popolazione over 65 già a riposo o comunque proiettata alla pensione. La relazione tra la parte attiva e quella passiva del Paese (quantomeno in riferimento al mondo del lavoro) può essere misurata attraverso l’old-age dependency ratio, cioè il rapporto di “dipendenza” degli anziani.
Non esiste un’indicazione sul valore ideale. Tuttavia, si può ritenere che sia sostenibile un rapporto tra il 15 e il 25%, ossia con una popolazione composta da circa un anziano ogni 6-7 persone in età lavorativa o al massimo un anziano ogni quattro. Gli eccessi, in un senso o nell’altro, sarebbero da evitare. Un rapporto basso indica una popolazione molto giovane, tipica dei paesi in via di sviluppo, mentre uno troppo elevato esprime una nazione che invecchia e che ha poco ricambio generazionale. L’Italia appartiene decisamente a quest’ultima categoria.
Cosa dicono i dati
Secondo Eurostat, nei paesi dell’Unione Europea il rapporto tra anziani e persone in età lavorativa è del 37%, ossia per ogni anziano ci sono meno di tre adulti in età lavorativa. In Italia il rapporto è del 41,6%, il più alto rilevato in Europa, a parimerito con la Finlandia: ciò significa che nel nostro Paese ogni anziano è “sostenuto” da meno di 2,5 lavoratori. Si tratta di un valore critico e non sostenibile a lungo termine, perché indica un carico eccessivo sulla forza lavoro attiva.
La questione non è solo italiana, comunque. La Francia è al 38,7%, la Germania al 38,1% e la Spagna al 33,5%, mentre rapporti molto più equilibrati si ritrovano solo in Irlanda (26,2%) e Lussemburgo (23,5%), perché entrambi i paesi riescono ad attrarre molti lavoratori giovani e qualificati (settore tech, farmaceutico, finanziario), che rallentano l’invecchiamento e abbassano l’incidenza della popolazione anziana.
Previdenza a rischio?
Il tema è sia puramente sociale, dato che sarebbe nell’ordine delle cose un ricambio generazionale più ampio, con una maggiore presenza di popolazione giovane a sostenere quella anziana, ma anche più strettamente previdenziale. Secondo l’Inapp, l’Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche, entro il 2035 saranno circa 6,1 milioni i lavoratori italiani che usciranno dal mercato dal lavoro: milioni di nuovi pensionati che verranno sostituiti solo in parte dai giovani, mettendo a ulteriore prova il sistema pensionistico italiano, che già ora si regge su un delicato equilibrio.
Come se non bastasse, entro il 2060 la popolazione in età da lavoro si ridurrà del 34% rispetto a quella attuale, ampliando ancora il rapporto tra anziani e persone attive. Oggi in Italia il 54,9% degli occupati ha più di 45 anni. Nel 2025 la spesa pensionistica è pari a circa il 15,3% del Pil e continuerà a crescere: lo scoglio dovrebbe essere il 2040, quando dovrebbe pesare fino al 17%.