L’inflazione e le divergenze economiche tra Eurozona e Stati Uniti. C’è da preoccuparsi?

Redazione Money Premium

18 Marzo 2025 - 06:30

Crescita economica, dazi e geopolitica influenzano le prospettive, mentre i rendimenti obbligazionari non riflettono pienamente il divario tra USA ed Eurozona. E l’inflazione?

L’inflazione e le divergenze economiche tra Eurozona e Stati Uniti. C’è da preoccuparsi?

Negli ultimi mesi, gli operatori dei mercati finanziari hanno osservato una crescente divergenza tra l’inflazione attesa negli Stati Uniti e nell’eurozona, raggiungendo il massimo divario degli ultimi tre anni.

Secondo i mercati dei derivati sull’inflazione, il tasso d’inflazione statunitense atteso per i prossimi due anni si attesta intorno al 2,8%, mentre quello dell’eurozona si aggira intorno all’1,9%.

Tale differenza rappresenta una discesa rispetto ai livelli attuali del 3% per gli USA e del 2,5% per l’eurozona, ma con una maggiore contrazione nell’area euro.

Questo scenario riflette dinamiche economiche profondamente differenti tra le due aree geografiche, alimentate da differenze strutturali nei mercati del lavoro, nella politica fiscale e negli sviluppi geopolitici.

Uno dei principali fattori alla base di questa divergenza è la crescita economica. L’economia statunitense ha registrato una crescita del 12% rispetto al periodo pre-pandemico, un’espansione significativa rispetto all’area euro, dove il PIL ha segnato un incremento più contenuto del 5%. La disparità è particolarmente evidente nel caso della Germania, la più grande economia europea, che ha registrato una crescita piatta nell’ultimo anno, complicata da difficoltà nel settore manifatturiero e dalla transizione energetica in corso.

La politica commerciale statunitense rappresenta un altro elemento chiave. L’amministrazione Trump sta considerando l’imposizione di nuovi dazi sulle importazioni europee, che potrebbero aumentare i prezzi dei beni di consumo negli USA, generando nuove pressioni inflazionistiche. Al contrario, l’eurozona rischia un rallentamento della crescita dovuto alle restrizioni commerciali, il che ridurrebbe la domanda interna e abbasserebbe ulteriormente le pressioni sui prezzi. Inoltre, il mercato del lavoro statunitense rimane resiliente, con un tasso di disoccupazione vicino ai minimi storici del 3,7%, mentre in Europa la crescita dell’occupazione è più debole e la produttività ristagna.

L’energia e le dinamiche geopolitiche stanno inoltre giocando un ruolo fondamentale. La riduzione del costo dell’energia in Europa, favorita dal calo del 30% dei prezzi del gas naturale dall’inizio dell’anno, ha contribuito a un raffreddamento dell’inflazione. L’ipotesi di una possibile distensione del conflitto in Ucraina potrebbe portare a un ulteriore calo dei prezzi dell’energia, limitando le pressioni inflazionistiche nell’eurozona. Negli Stati Uniti, invece, l’energia non rappresenta più un fattore frenante, con i prezzi del petrolio stabilizzatisi su livelli moderati ma senza cali significativi.

Nonostante questa forte divergenza inflazionistica, i rendimenti obbligazionari non riflettono ancora completamente il gap. I rendimenti dei Treasury USA sono scesi nelle ultime settimane, complici alcuni dati macroeconomici inferiori alle attese e l’aspettativa di tagli dei tassi da parte della Federal Reserve. Il divario tra i rendimenti dei bond decennali USA e quelli tedeschi si è ridotto a 182 punti base, il livello più basso da novembre, rispetto al picco di 231 punti base registrato a dicembre.

Gli investitori stanno rivedendo le proprie aspettative sulle politiche monetarie, con un pricing attuale che prevede circa 55 punti base di tagli da parte della Fed entro la fine dell’anno, mentre per la BCE le aspettative si attestano intorno agli 85 punti base di riduzione dei tassi. Tuttavia, l’elemento chiave rimane la differenza di approccio delle due banche centrali: la Fed mantiene una politica restrittiva, sottolineando la necessità di contenere l’inflazione, mentre la BCE sta valutando un possibile allentamento monetario per stimolare la crescita.

Gli investitori devono considerare vari scenari. Se l’inflazione dovesse rimanere persistente negli Stati Uniti, la Fed potrebbe limitare l’allentamento monetario, mantenendo i rendimenti obbligazionari elevati e influenzando negativamente il mercato azionario. Nell’eurozona, invece, il rischio principale è rappresentato dalla necessità di maggiori investimenti pubblici, specialmente per la difesa. L’aumento della spesa militare, richiesto dagli Stati Uniti ai partner europei della NATO, potrebbe portare a un incremento del debito pubblico e a nuove tensioni sui mercati obbligazionari. Inoltre, la recente debolezza del dollaro ha favorito un rialzo dell’euro sopra 1,05 USD, dopo aver toccato minimi di 1,01 USD il mese scorso. Tuttavia, secondo alcuni analisti, le incertezze legate alla politica commerciale statunitense e ai rischi geopolitici potrebbero frenare un ulteriore rafforzamento della valuta comune.