Si moltiplicano gli articoli e gli approfondimenti dedicati all’India, novella potenza regionale pronta a spiccare il volo e rappresentare una valida alternativa economica alla Cina. È davvero arrivato il momento dell’Elefante o siamo di fronte all’ennesimo miracolo che rischia di non avverarsi?
Questa potrebbe essere la volta buona. Vari analisti hanno notato il deciso sviluppo conseguito dal gigante asiatico a partire dal 2014 ad oggi, sotto la guida del primo ministro Narendra Modi. Modi, probabile vincitore di un terzo inedito mandato, dopo i due consecutivi già messi in cantiere, ha affermato di voler trasformare l’India in un’economia da 5 trilioni di dollari entro il 2025.
L’ottimismo che circonda la nazione più popolosa del mondo, ha fatto presente la Cnn, è in netto contrasto con l’umore riscontrato in Cina, che è invece alle prese con una miriade di sfide economiche, inclusa una fuga accelerata di capitali dal Paese.
Mentre i mercati azionari del Dragone hanno subito un crollo prolungato dopo i recenti picchi del 2021, con oltre 5 trilioni di dollari in valore di mercato spazzati via dalle borse di Shanghai, Shenzhen e Hong Kong, e con gli investimenti diretti esteri (IDE) crollati lo scorso anno, per poi diminuire nuovamente a gennaio, in calo di quasi il 12% rispetto allo stesso mese del 2023, il mercato azionario indiano, sta toccando livelli record. Basti pensare che alla fine dello scorso anno il valore delle società quotate nelle borse indiane ha superato i 4mila miliardi di dollari.
L’alternativa indiana
Il futuro dell’India appare ancora più luminoso. Almeno a giudicare dall’ultimo report della banca d’investimento americana Jefferies, secondo cui il valore di mercato della nazione asiatica raddoppierà fino a raggiungere i 10mila miliardi di dollari entro il 2030, il che renderebbe “impossibile ignorarlo per i grandi investitori globali”.
Anche il Giappone ha beneficiato degli investitori che cercano un’alternativa alla Cina, visto che l’indice di riferimento di Tokyo ha toccato un nuovo massimo per la prima volta in 34 anni la scorsa settimana, aiutato dal miglioramento dei profitti aziendali e da uno yen debole. Ma il governo nipponico è bloccato da una recessione e, inoltre, non ha lo stesso potenziale demografico dell’India.
Mentre Delhi si avvia verso le elezioni nazionali dei prossimi mesi, gli investitori auspicano che Modi ottenga un terzo mandato, apportando così maggiore prevedibilità alle politiche economiche per i prossimi cinque anni. Detto altrimenti, nel caso in cui l’attuale primo ministro dovesse sfoggiare una maggioranza solida, allora il Paese potrà contare su una stabilità politica, anticamera del prossimo grande balzo in avanti economico.
Il Fondo monetario internazionale prevede che l’India crescerà del 6,5% nel prossimo anno finanziario rispetto al 4,6% della Cina. Gli analisti di Jefferies ipotizzano dal canto loro che il Paese possa diventare la terza economia mondiale entro il 2027.
Il prossimo motore globale?
Le imprese globali, intanto, vogliono diversificare le operazioni lontano dalla Cina, dove hanno dovuto affrontare ostacoli durante la pandemia e sono esposte ai rischi derivanti dalle tensioni tra Pechino e Washington. “L’India è un ottimo candidato per trarre vantaggio dal “friendshoring” delle catene di approvvigionamento, in particolare a scapito della Cina”, ha scritto Hubert de Barochez, economista di mercato presso Capital Economics.
Di conseguenza, alcune delle più grandi aziende del mondo, tra cui Foxconn, fornitore di Apple, stanno espandendo le proprie attività sul territorio indiano. Persino il Ceo di Tesla, Elon Musk, ha dichiarato lo scorso giugno che la sua azienda investirà in India “non appena umanamente possibile”.
Certo è che l’India non ha la capacità di assorbire tutto il denaro che uscirà dalla Cina, la cui economia è ancora circa cinque volte più grande rispetto a quella indiana. La Repubblica Popolare Cinese, del resto, ha troppe aziende che valgono 100 e 200 miliardi di dollari o oltre, ed è difficile che queste possano trovare uno spazio dorato a Delhi e dintorni.
Nel suo discorso sul bilancio di febbraio, il ministro delle Finanze indiano Nirmala Sitharaman ha però fatto notare che gli afflussi di investimenti esteri diretti da quando Modi è salito al potere nel 2014 sono stati pari a quasi 600 miliardi di dollari, ovvero il doppio dell’importo del decennio precedente. “Per incoraggiare investimenti esteri sostenuti, stiamo negoziando trattati bilaterali di investimento con i nostri partner stranieri, nello spirito del primo sviluppo dell’India”, ha aggiunto. L’India è un “elefante che cammina lentamente”, ma una valida alternativa alla Cina, ha aggiunto Cnbc. Per capire se sarà davvero così dovremo attendere ancora qualche anno.