Come mai i risparmiatori, a cui un tempo non bastava il 7-8%, oggi si accontentano di meno del 3% dai fondi monetari o a breve termine?
Come mai non comprano oggi a buon mercato quello che acquistavano con entusiasmo quando era molto costoso?
Questo modo di pensare “locale”, si badi bene, è caratteristico dei profani ma viene incoraggiato, e direi manovrato, anche dagli addetti ai lavori (consulenti bancari e promotori finanziari).
Per capire come si crea un “imbroglio mentale” di tal fatta vanno tenuti presenti tre meccanismi: i costi sommersi, l’ancoraggio e il senno di poi.
Oggi parleremo dei costi sommersi e nelle prossime settimane affronteremo il tema dell’ancoraggio e del senno di poi. Dal punto di vista della razionalità economica, quando si decide se operare un investimento che può configurarsi come nuovo oppure come la prosecuzione di un’attività del passato, quel che si è fatto nel passato dovrebbe essere irrilevante.
Vanno valutati soltanto i possibili benefici presenti e futuri. A tale proposito ricordo una scena ricorrente della mia giovinezza napoletana: avevo sedici anni e mi è rimasta impressa. Forse per anni ho cercato di capirne il senso e così sono finito per interessarmi di psicologia economica.
Ai miei genitori piaceva portarci al cinema al sabato e andavamo spesso senza sapere bene se il film fosse o non fosse noioso. Quando si rivelava tale mio padre (piccolo imprenditore), dopo un certo tempo diceva: «Torniamo a casa, abbiamo già pagato il biglietto: non aggiungiamo a questo danno anche la noia di un film non divertente».
Mia madre: «Ma ormai siamo qui, forse migliora, abbiamo pagato il biglietto, andarcene prima della fine è uno spreco». Mi sembrava che avessero ragione entrambi ma capivo che questo non era possibile.
Come mai? In essenza il mio dubbio si originava dal potente meccanismo mentale chiamato “costi sommersi”.
Il meccanismo dei costi sommersi, nel campo delle decisioni economiche, può avere effetti devastanti: si continua un investimento semplicemente perché lo si è iniziato e non si vuole ammettere che è stato sbagliato.
Questo meccanismo influenza la felicità umana e si rivela così forte proprio perché ha come spinta motivazionale un confuso desiderio di “non sprecare”. Per fortuna l’effetto di tale meccanismo si attenua col tempo e finisce nell’oblio.
Provate a leggere questa storia.
Una famiglia aveva da molto tempo programmato di andare a vedere la partita di calcio della squadra locale. Il giorno della partita c’è una tempesta di neve, è più probabile che la famiglia vada a vedere la partita se ha acquistato i biglietti, del valore di 40 euro, il giorno prima o un anno prima?
Si noti che in entrambi i casi la spesa per i biglietti è irrecuperabile: non vengono infatti rimborsati in caso di maltempo. Abbiamo insomma a che fare con dei costi sommersi. E tuttavia il dispiacere insito nel chiudere un bilancio mentale senza un beneficio si attenua nel tempo.
Più in generale, l’impatto negativo di un costo sommerso finisce per affievolirsi a mano a mano che il ricordo dell’azione passata sbiadisce. Succede così che sembra intuitivo, per la maggior parte delle persone, ritenere che sia più probabile che la famiglia vada a vedere la partita, malgrado le condizioni avverse, se il biglietto è stato comprato il giorno prima.
Analogamente le persone soffrono meno quando si disfano di un titolo in perdita se è passato un intervallo di tempo sufficiente a far subentrare la rassegnazione. Questo meccanismo spiega come mai per i profani sia così anti-intuitivo, quasi perverso, il meccanismo dello stop-loss, e cioè la programmazione e la fissazione, al momento dell’acquisto di un titolo, della massima perdita compatibile con quel bilancio mentale.
Se l’acquisto è stato fatto sulla base di una speranza meditata di aumento di valore nel futuro perché contemplare subito la possibilità di una perdita e addirittura quantificarla?
L’effetto costi sommersi, unito alla tendenza a isolare gli investimenti tramite i bilanci mentali, ci permette anche di attenuare i dolori connessi alle perdite. Se, alla fin fine, la famiglia decide di non andare a vedere la partita, si trova a non aver perso 40 euro in generale, ma i 40 euro corrispondenti proprio alla partita.
Immaginate però che il biglietto comprato il giorno prima sia andato perso: poche famiglie ricomprano un secondo biglietto. Se invece sono andati persi 40 euro perché ci hanno rubato il portafoglio mentre andavamo a comprare il biglietto è molto meno improbabile che il biglietto non venga comprato: abbiamo perso il portafoglio e non il biglietto.
Questo modo assai locale di pensare gli investimenti può intrecciarsi con l’ancoraggio, e cioè con stime dei valori che sono influenzati dai modi con cui viene chiesto di esprimerli.
Ma di questo parleremo la settimana prossima