I lavoratori con retribuzioni elevate sono i più esposti all’avvento dell’Intelligenza Artificiale, anche se sono soprattutto quelli con i salari bassi a rischiare di essere sostituiti.
Domandarsi quanti posti di lavoro si perderanno a causa dell’IA è lecito, anche se al momento lo scenario è ancora in definizione. Tra chi lancia l’allarme per la scomparsa a catena di lavoratori “umani” e chi invece ridimensiona la minaccia, che tra l’altro implicherebbe anche la diffusione di nuove professioni e il vantaggio di delegare compiti ripetitivi alle macchine.
C’è però un punto più o meno fermo: l’impatto dell’IA sul mondo del lavoro farà differenza tra i lavori altamente retribuiti e quelli con paghe più basse, creando così ulteriori diseguaglianze. Chi ha lauti gudagani è più esposto alla “sostituzione”, ma ha paradossalmente meno da temere. Sono le conclusioni di uno studio della Banca dei regolamenti internazionali, l’istituto con sede in Svizzera che fornisce assistenza finanziaria alle banche centrali. L’analisi ha preso in considerazione 711 professioni negli Stati Uniti, limitandosi all’impatto dell’IA a breve termine (come integrazione o sostituzione nel lavoro) e non valutando quindi anche le eventuali applicazioni più vaste (e potenzialmente più pesanti in termini di perdita dei posti di lavoro) basate sulla robotica.
Lo studio, che dal contesto statunitense può facilmente essere esteso a quello europeo e italiano, stima che un’IA semplice, in grado di assolvere ad attività cognitive di base, sarà in grado di minacciare il 7% dei posti di lavoro complessivi, indipendentemente dalla retribuzione. I lavoratori a basso reddito, tendenzialmente, hanno minori competenze informatiche (facilmente sostituibili): passano quindi meno tempo interagendo con i computer ed effettuano un lavoro più fisico e manuale (in teoria, meno rimpiazzabile). I lavoratori ad alto reddito, invece, hanno generalmente più competenze di concetto (più difficilmente sostituibili), anche se molto spesso svolgono attività pesantemente basate sull’interazione con i computer (quindi più rimpiazzabili dall’IA).
Lo studio suggerisce che con un’IA di capacità moderate o elevate potrebbe essere minacciato tra il 17% e il 36% delle occupazioni, indipendentemente dalla retribuzione. E su base salariale si creerebbe un divario: con un’IA sempre più potente sarebbe esposto il 45% delle competenze dei lavoratori nel quartile salariale più alto, mentre nel quartile salariale più basso ne sarebbe a rischio solo il 26%. La percentuale minore per le retribuzioni inferiori non deve trarre in inganno, perché in realtà nasconde una diseguaglianza.
Se è vero che i lavori con alti stipendi sono più esposti all’IA, per loro si profila infatti un impatto circoscritto a competenze secondarie, restando in salvo altre abilità, di natura intellettuale, più difficilmente rimpiazzabili. Al contrario, le occupazioni sottopagate sono meno esposte alla tecnologia anche se, nel caso lo siano, diventano minacciate nei loro aspetti essenziali, ossia nelle competenze primarie.
Lo studio fa l’esempio di un avvocato con redditi elevati che utilizza l’IA per svolgere ricerche su banche dati, delegando quindi alla tecnologia le proprie competenze secondarie; le stesse competenze che potrebbero essere, invece, l’attività principale (questa volta ad alto rischio di sostituzione) svolta da un suo collaboratore. Nonostante i “colletti bianchi” siano potenzialmente più esposti alle novità dell’IA, in realtà sembrano destinati a rimanere più al sicuro, perché buona parte delle loro competenze principali dovrebbe essere difficile da automatizzare.