La carenza di combustili non è l’unico pericolo della guerra in Iran. Ci sono anche altri prodotti fondamentali che potrebbero diventare impossibili da trovare
La chiusura e la riapertura dello Stretto di Hormuz sono diventati il punto focale della nuova guerra in Medio Oriente, ben più dell’energia nucleare e del pericolo che l’Iran possa dotarsi della bomba atomica.
I due blocchi imposti da Iran e USA sul passaggio delle navi stanno avendo dirette conseguenze sul costo del gas, del petrolio e, a cascata, della spesa alimentare. Una crisi economica che, secondo gli esperti sta già superando per gravità e portata quella causata dalla pandemia.
Ma se lo Stretto dovesse rimanere chiuso ancora a lungo, (e le ultime notizie sono decisamente poco incoraggianti) Italia ed Europa dovranno affrontare un altro problema estremamente grave: la carenza di farmaci la cui produzione è legata a doppio filo a precursori petrolchimici provenienti dalle zone interessate dal conflitto.
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Perché la chiusura dello Stretto mette in pericolo gli approvvigionamenti di farmaci
A lanciare l’allarme sugli approvvigionamenti di medicinali è stato Marcello Cattani, il presidente di Farmindustria.
Il rappresentante dell’associazione delle imprese farmaceutiche italiane ha recentemente sottolineato che la guerra in Iran sta avendo ripercussioni dirette sul mercato globali dei farmaci. I prezzi degli ingredienti attivi sono saliti di cifre comprese tra il 20% e il 60%, l’alluminio è rincarato del 20% e il costo di plastiche e pvc per imballaggi è aumentato tra il 20% e il 35%.
Se la guerra continuerà ancora a lungo, secondo Cattani, il rischio di una crescita ulteriore dei costi sarebbe addirittura il problema minore. Il pericolo più grande è che l’Europa potrebbe rimanere a corto di farmaci entro pochi mesi.
Quali sono i farmaci più a rischio
Nessun farmaco rimarrà “indenne” in caso di chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz. Tra quelli più a rischio, però, ci sono il paracetamolo, gli antibiotici, i farmaci per il diabete e quelli oncologici. Ovvero quelli più utilizzati in assoluto.
Tutti dipendono da precursori petrolchimici che provengono dal Golfo e che si muovono su rotte marittime che oggi vengono considerate troppo pericolose.
Gli Stati Uniti stanno mettendo in difficoltà l’Europa
Ad aggravare ulteriormente il quadro, ci sono le recenti politiche messe in atto dall’Amministrazione Trump che stanno sconvolgendo il mercato globale del farmaco.
Gli USA hanno adottato il principio della Most Favored Nation (MFN), in base al quale il prezzo minore di un medicinale in un panel di Nazioni avanzate diventa automaticamente il costo del prodotto negli Stati Uniti.
Una clausola che mina l’equilibrio mondiale dell’innovazione, secondo Cattani, e che mette a rischio la capacità di Unione Europea ed Italia di rimanere competitive e di garantire l’accesso alle terapie per i loro cittadini.
Aggiungiamo anche il fatto che l’UE importa più del 70% dei principi attivi dei farmaci e la maggioranza di materie per il packaging e l’imballaggio da Cina e India e si intuisce facilmente come la chiusura di Hormuz rischi di rivelarsi un colpo troppo duro da sopportare.
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