Un report di SemiAnalysis ha misurato il sussidio nascosto negli abbonamenti consumer di OpenAI e Anthropic: un piano da 200 dollari, spremuto al massimo, ne vale fino a 14.000
Esiste una vecchia regola che ogni gestore di supermercato conosce a memoria: metti il pane o il latte sottocosto all’ingresso, ci rimetti su ogni confezione ma recuperi tutto su ciò che il cliente infila nel carrello mentre è dentro. Si chiama «prodotto civetta». Uno studio ha provato a stimare quanto sia profondo il sottocosto su cui poggia l’intera industria dell’intelligenza artificiale per i consumatori. La sproporzione è enorme.
Una società di ricerca, SemiAnalysis, ripresa ieri da Tom’s Guide, ha fatto una cosa tanto semplice quanto rivelatrice: ha comprato ogni piano a pagamento di OpenAI e Anthropic e li ha spremuti fino al tetto settimanale di utilizzo con compiti di programmazione «in stile agente», poi ha calcolato quanto sarebbero costati gli stessi token alle tariffe API ufficiali.
La conclusione è netta: quello che paghi non è un prezzo, è un sussidio. E i sussidi, per loro natura, prima o poi finiscono.
Quanto vale davvero ciò che si offre 200 dollari?
I numeri sono questi. Un piano ChatGPT Pro da 200 dollari al mese, portato al massimo del suo utilizzo, equivale a circa 14.000 dollari di token se gli stessi consumi li acquistassi a consumo tramite le API. Claude Max, allo stesso prezzo di listino, ne vale circa 8.000. Tradotto: un rapporto di sussidio che oscilla tra le 40 e le 70 volte il prezzo dell’abbonamento. Non uno sconto, non una promozione di lancio: un ordine di grandezza.
Conviene chiarire subito un punto, perché è la prima obiezione onesta: quei 14.000 dollari non sono ciò che OpenAI spende davvero per servirti, ma il prezzo al dettaglio che pagheresti tu comprando quei token sul mercato, un listino già gonfiato sopra il costo reale del calcolo. La distanza tra i due numeri, però, non cambia la sostanza. Per capire quanto costino davvero gli abbonamenti basta guardare i prezzi e i servizi a confronto dei vari piani: sono cifre fisse, 20 o 200 dollari, mentre il costo per servirti non lo è affatto. Più gli affidi compiti complessi, più consuma testo «dietro le quinte», più il conto reale diverge da quello che paghi.
Il punto esatto in cui il conto va in rosso
Qui SemiAnalysis mette il dito nella piaga. Secondo i suoi calcoli, OpenAI comincia a perdere denaro sui piani economici quando l’utente supera appena l’11,4% del limite incluso, e sui piani più costosi il margine svanisce attorno al 5,7%. Significa che basta usare il servizio per ciò per cui lo paghi, usarlo davvero, per trasformarti da cliente in costo. Anthropic appare più corazzata, andando in pari intorno al 20% sui piani inferiori e al 10% in cima: non a caso ha appena annunciato di essere avviata al primo trimestre in utile, con ricavi più che raddoppiati verso gli 11 miliardi di dollari. OpenAI, nello stesso periodo, brucia denaro nell’ordine delle decine di miliardi.
Che il vento sia già cambiato lo dicono i fatti, non le previsioni: il modello di punta di Anthropic, riporta lo studio, resta incluso nei piani a pagamento soltanto fino al 22 giugno. Mancano giorni. È la fine del low-cost di cui ho già scritto: la stagione del «prova tutto gratis» si chiude, e l’intelligenza artificiale comincia a essere venduta al suo prezzo vero.
Perché lo fanno, e perché non potranno farlo a lungo
La logica dell’esca è vecchia quanto il capitalismo, e la conosciamo bene perché l’abbiamo già vissuta. È la stessa che ha costruito l’internet degli ultimi quindici anni: corse in auto sottocosto, servizi gratuiti, applicazioni che bruciavano i soldi del venture capital per conquistare la nostra abitudine quotidiana, in attesa del giorno in cui, ottenuta la dipendenza, sarebbe arrivato il conto.
Ne ho scritto in Internet dopo internet: prima ti regalano il servizio, poi quando non puoi più farne a meno ti presentano il prezzo. Lo vediamo già accadere: quando i conti gratuiti iniziano a fare errori e a rallentare non è un caso tecnico, è il primo sintomo del ritiro del sussidio.
Con l’AI il copione è identico, solo con cifre da capogiro: gli hyperscaler hanno investito centinaia di miliardi in data center e contratti pluriennali «take-or-pay» con Oracle, CoreWeave e Microsoft. Quel capitale, prima o poi, esige di essere giustificato. E si giustifica in un solo modo: facendoci pagare quanto costiamo davvero a livello di infrastrutture.
D’altro canto, sarebbe disonesto dipingere un futuro a senso unico. Anthropic dimostra che un sentiero verso la sostenibilità esiste, e la pressione competitiva potrebbe attutire i rincari: la Cina ha appena lanciato modelli che costano il 94% in meno delle rivali occidentali.
Il prezzo futuro, quindi, potrebbe anche essere più basso e sostenibile. Anzi lo sarà di certo. Ma chi pagherà per tutti questi anni di utilizzo gratuito o sotto costo? Per recuperare l’investimento serviranno anni di vendita con margini. E’ piuttosto chiaro che a un certo punto l’attuale equilibriuo salterà, chi ci ha creduto (specie a giostra già avviata) pagherà il conto come perdita sul valore delle azioni e si creerà un nuovo mercato sostenibile sul lungo periodo, ma comunque paid.
Molto difficilmente l’AI resterà gratuita come è oggi per tutti, a meno che il fair price non diventi tanto basso da poterla dare praticamente gratis, con il solito modello del web di coprire i costi con la pubblicità. Modello su cui, riprendendo sempre Internet dopo Internet, ho i miei dubbi sulla sostenibilità di lungo periodo.
Milton Friedman amava ripetere che «non esistono pasti gratis»: qualcuno, da qualche parte, sta sempre saldando il conto. Per ora quel qualcuno è il capitale di rischio degli hyperscaler, e tu sei l’ospite a tavola. Approfittarne finché dura è razionale, il consiglio di Tom’s Guide è persino saggio. Ma sarebbe ingenuo scambiare l’esca per il pasto. La domanda non è se il prezzo salirà, ma quanto saremo dipendenti quando accadrà.
My 2 cents: l’AI «crollerà» in borsa ma non morirà. In futuro avremo modelli ad alta performance a pagamento, utilizzati solo a livello business, che gireranno sulle infrastrutture già costruite e pagate. Per l’uso personale, probabilmente, l’esecuzione si sposterà sui device con modelli leggeri e semplificati. Per la maggior parte degli utilizzi personali va più che bene.
Certo resterà il tema della remunerazione dei contenuti che le AI cercano e rielaborano al posto nostro, visto che sono spesso prodotti gratis in cambio del passaggio di un umano che non passa più... anche questo sarà un nodo che, in qualche modo, dovrà arrivare al pettine.