Jeffrey Sachs, l’ex globalista che accusa l’America: dall’élite della finanza al dissenso contro l’impero

Rob Piccoli

27/10/2025

Da simbolo del neoliberismo a critico del potere USA, Jeffrey Sachs sfida neocon e progressisti, denunciando guerre infinite, dominio americano e il declino morale dell’Occidente.

Jeffrey Sachs, l’ex globalista che accusa l’America: dall’élite della finanza al dissenso contro l’impero

Primo di una serie di ritratti di figure di spicco nel dibattito politico americano.

C’è un curioso paradosso nella politica americana contemporanea: mentre la sinistra liberal è ormai diventata in gran parte interventista, e molti repubblicani hanno riscoperto l’istinto isolazionista, una delle voci più dure contro la guerra e contro l’impero americano è quella di un economista un tempo portabandiera del globalismo progressista. Si chiama Jeffrey Sachs — ed è da anni una delle figure più ascoltate e provocatorie del dibattito internazionale.
Classe 1954, professore alla Columbia University, Sachs divenne famoso negli anni Ottanta come il “ragazzo prodigio” dell’economia di transizione. Fu lui a disegnare le terapie d’urto per far passare Bolivia, Polonia e poi Russia dall’economia pianificata al libero mercato.

All’epoca era l’emblema del tecnocrate neoliberale: credeva nei mercati, nella globalizzazione, nella capacità della finanza internazionale di “aggiustare” il mondo.
Poi, lentamente, qualcosa è cambiato. Forse l’esperienza con i governi africani, o il contatto con la macchina ONU (ha diretto per anni progetti di sviluppo sostenibile), o semplicemente la constatazione che il neoliberismo non aveva mantenuto le sue promesse. Fatto sta che Sachs si è trasformato in un critico radicale del sistema che un tempo serviva: oggi accusa gli Stati Uniti di essere dominati da un’élite bellicista, la stessa che lui definisce “il partito della guerra permanente”.

Negli ultimi anni, le sue posizioni si sono fatte esplicitamente anti-neoconservatrici. Sachs sostiene che Washington sia guidata da un blocco trasversaleneocon repubblicani e “liberal interventionistsdemocratici — uniti dalla convinzione che il dominio americano debba essere difeso con la forza.
Nel suo lessico, questo blocco comprende figure come Victoria Nuland, Antony Blinken, Jake Sullivan: “L’élite che ha trascinato gli Stati Uniti in guerre inutiliIraq, Libia, Siria, Ucraina — e che ora rischia di farci arrivare a un conflitto con la Russia o la Cina”.

In questa cornice, Sachs denuncia anche la “complicità americana con Israele” e parla apertamente di “genocidio a Gaza”. Un linguaggio che, provenendo da un ebreo americano, ha avuto l’effetto dirompente di una bestemmia nel tempio dell’establishment progressista.
Sarebbe facile immaginare che un anti-neocon come Sachs possa simpatizzare, almeno in parte, per il Trump che, durante la campagna del 2016, aveva promesso di “porre fine alle guerre infinite” e di riportare l’America a occuparsi di sé. In realtà, al professore è accaduto proprio l’opposto. Per lui, Trump rappresenta l’altra faccia della stessa medaglia imperiale: non un anti-sistema, ma un populista impulsivo che ha finito per rafforzare — non indebolire — le tendenze più pericolose dell’America. Lo accusa di “economic illiteracy” — ignoranza economica — per la sua politica tariffaria; di autoritarismo (“one-person rule”) per la gestione solitaria del potere; e di aver contribuito a destabilizzare il sistema internazionale senza alcuna visione. E come se non bastasse ha definito la politica estera del Presidente “una farsa populista destinata al fallimento”, basata sull’illusione di poter “rialzare il reddito nazionale rubandolo a qualcun altro”.
Una serie di critiche feroci, quali potrebbero uscire dalla penna di un cristiano-democratico europeo, con la stessa incapacità di comprendere un conservatore americano contemporaneo, anni-luce dall’era reaganiana e da quella dei Bush.

Eppure, sul fronte della politica estera, Trump e il trumpismo televisivo hanno finito per convergere, almeno in parte, con alcune battaglie di Sachs: contro l’espansione della NATO, contro il coinvolgimento americano in Ucraina, contro la follia delle sanzioni a catena.
Ma le motivazioni sono molto diverse.
Là dove Sachs vede il rischio di un impero che devasta il mondo in nome di una “missione morale”, Tucker Carlson — il più noto commentatore conservatore d’America, oggi diventato una sorta di “tribuno sovranista” — vede piuttosto un tradimento interno: un’élite che odia la propria nazione e spreca il potere americano per ideologie globaliste.
Per Carlson e per gli altri esponenti del movimento MAGA, incluso lo sfortunato leader di Turning Point USA, Charlie Kirk, l’obiettivo non è smantellare la potenza USA, ma riconvertirla a un nazionalismo sano, capace di difendere i confini e la cultura americana.

Per Sachs, invece, la soluzione è opposta: ridurre la potenza, restituire sovranità alle altre nazioni, costruire un ordine multipolare basato sulla cooperazione.
Dove Tucker Carlson, Steve Bannon, Laura Ingraham, Megyn Kelly, Candace Owens e Dan Bongino – solo per citare alcuni tra i maggiori esponenti del mondo MAGA – parlano di patriottismo, Sachs parla di interdipendenza; dove quelli denunciano il declino morale dell’Occidente, Sachs denuncia il dominio economico e militare dell’Occidente.
Tutti attaccano i neocon, ma da prospettive speculari.
In fondo, la differenza è filosofica prima che politica.

I MAGA sono anti-interventisti perché vogliono salvare l’America da se stessa: dall’ideologia progressista, dall’impero burocratico, dal tradimento dei valori originari.
Sachs è anti-interventista perché vuole salvare il mondo dall’America: dal dominio militare, dalla logica unipolare, dall’arroganza geopolitica.
Carlson, Owens, Ingraham o il vice presidente JD Vance parlano di Dio, famiglia e frontiere.
Sachs parla di diritto internazionale, diplomazia e sviluppo sostenibile.
Gli uni difendono la civiltà americana; l’altro sogna una comunità globale di nazioni eguali.
Tutti, in modi opposti, hanno rotto con l’ortodossia liberal — e per questo vengono accusati di “populismo” o “filoputinismo”.

C’è però una tensione interna nel pensiero di Sachs: il suo moralismo.
Nel denunciare le colpe dell’America, spesso ricorre a un linguaggio profetico — “genocidio”, “crimini di guerra”, “peccato imperiale” — che lo colloca più sul piano etico che su quello strategico.
Per questo, molti realisti americani (come Mearsheimer) lo considerano un alleato scomodo: condividono la diagnosi, ma non la teologia laica che la accompagna.
Eppure, la voce di Sachs resta importante, anche per chi non è d’accordo.
In un’epoca in cui la politica estera è diventata un affare di slogan e sanzioni, Sachs riporta il discorso a un livello più profondo: cosa vuol dire, davvero, essere “potenza” nel XXI secolo?
Comandare o cooperare? Difendere sé stessi o dominare gli altri?

In definitiva, Jeffrey Sachs non è un uomo di partito: è un intellettuale disilluso che guarda all’America del suo tempo con un misto di tristezza e indignazione.
Non è un neocon, non è un trumpiano, e nemmeno un progressista alla moda.
È un ex figlio del sistema che ha deciso di denunciare il sistema dall’interno — e che, forse proprio per questo, dà fastidio a tutti.