Come ha affermato la Vice Direttrice di Banca d’Italia Alessandra Perrazzelli, “nel 2012 in Italia il tasso di partecipazione femminile al mercato del lavoro era pari al 53,2 per cento, 20 punti inferiore rispetto a quello maschile; nei dieci anni successivi il tasso di attività femminile è aumentato di 3,3 punti, il doppio di quello degli uomini, e nel primo trimestre del 2023 ha raggiunto il livello più alto dall’inizio delle serie storiche, il 57,3 per cento…
Nonostante queste tendenze positive i progressi registrati durante lo scorso decennio sono del tutto insufficienti: il tasso di partecipazione femminile si colloca ancora su un livello particolarmente basso nel confronto europeo, inferiore di quasi 13 punti percentuali rispetto alla media UE. È ancora al di sotto di quel 60 per cento che era stato indicato come obiettivo da raggiungere entro il 2010 dall’Agenda di Lisbona e dei traguardi impliciti nell’Agenda Europa 2020 che avrebbero comportato per l’Italia un sostanziale allineamento della partecipazione femminile alla media europea. Altri paesi, come ad esempio la Spagna, che negli anni novanta partivano da condizioni simili a quelle dell’Italia, hanno fatto registrare tendenze significativamente migliori.
La crescita della partecipazione femminile osservata durante lo scorso decennio è stata trainata dalle donne con almeno 50 anni, anche per effetto delle riforme pensionistiche. Tra le più giovani, di età compresa tra i 25 e i 34 anni – la fase della vita nella quale si terminano gli studi, si inizia a lavorare e si gettano le basi per costruire una famiglia – la partecipazione è rimasta stabile a circa il 66 per cento, anche in questo caso uno dei valori più bassi in Europa. Non ne ha beneficiato la natalità, che nelle economie avanzate tende ad essere positivamente correlata con la partecipazione femminile al mercato del lavoro.”
Secondo l’Istat, inoltre, “nel 2021 poco meno della metà delle persone di 16-74 anni residente in Italia ha competenze digitali almeno di base (45,7%). Il divario tra i diversi Paesi europei risulta piuttosto elevato. L’Italia occupa le ultime posizioni della graduatoria europea…Il divario tra i diversi Paesi europei risulta piuttosto elevato, con un campo di variazione di 51,4 punti percentuali. In fondo alla graduatoria si colloca la Romania con il 27,8%, preceduta dalla Bulgaria (31,2%), dalla Polonia (42,9%) e dall’Italia (45,7%). La Finlandia (79,2%) e l’Olanda (78,9%) già nel 2021 presentano valori quasi in linea con l’obiettivo target del 2030.
Per raggiungere il medesimo obiettivo il nostro Paese dovrà far registrare nei prossimi anni un incremento medio annuo di 3,8 punti percentuali. Si tratterebbe di un incremento piuttosto elevato in un lasso di tempo limitato, che si è finora registrato per l’indicatore sull’uso regolare della rete durante gli anni della pandemia (2020-2021) dove la quota è passata dal 76,4% al 80,1%. Un’accelerazione, questa, che ha consentito all’Italia di ridurre considerevolmente il gap con gli altri paesi europei in riferimento al divario digitale di primo livello.”
Alcune osservazioni:
1) Perrazzelli: “L’esperienza degli altri paesi mostra anche che per favorire la presenza delle donne nelle professioni meglio retribuite e nelle posizioni di vertice, la promozione di figure femminili in ambiti professionali diversi da quelli tradizionali può accrescere la consapevolezza delle diseguaglianze di genere e degli stereotipi che le originano. Anche politiche di impresa che introducano un’organizzazione del lavoro più flessibile, sistemi di welfare aziendale a sostegno della cura dei figli possono facilitare i percorsi di carriera delle donne…Promuovere la parità di genere vuol dire innanzitutto sostenere l’uguaglianza, evitare casi di discriminazione e porre rimedio ai fallimenti di un mercato che fatica a sviluppare e ad allocare in modo efficiente le capacità professionali, in particolare quelli femminili. La direzione verso cui si sta andando è quella giusta, ma i progressi sono troppi lenti e ampiamente incompleti.”
Forse ridurre la soluzione al problema esposto non è un algoritmo o una formula matematica (quote rosa) che sminuisce il senso nobile dell’intento, collocando le donne tra le “categorie protette”, quando non è così. Perché puntare ad una campagna sul femminicidio ossessiva e non sulla partecipazione al mondo lavorativo? Non si migliora la situazione solo inasprendo le leggi sui reati o facendo frequentare corsi di autodifesa, ma è necessario intervenire sul violento (l’uomo) educandolo sin da bambino, portando cultura in ambienti dove non c’è; il femminicidio si combatte e si vince portando le donne nel mondo del lavoro, anche se oggi quelle che non lavorano lo fanno sia per il modello patriarcale, sia per scelta di convenienza personale. Il patriarcato è un pericoloso boomerang: oggi molti padri che lavorano dormono in macchina, secondo i dati della Caritas, per poter pagare casa e tenore di vita alla ex compagna e ai figli (che, in alcuni casi, vedono raramente).
2) La società è profondamente malata, come dimostra l’alto numero di suicidi, seconda causa di morte dopo i tumori e prima degli incidenti stradali nella fascia 20-50 anni circa. Perché non ci sono campagne di prevenzione di questa silenziosa strage? La maggior parte dei suicidi riguarda l’uomo che, essendo più violento, è anche più violento verso sé stesso.
3) L’Italia ha un pericoloso gap negativo di laureati, in percentuale della popolazione, rispetto alla media europea.
4) Cultura, lavoro, tecnologia, istruzione sono leve anche per il pil, soprattutto per la componente sociale e umana.