Israele-Hamas, a che punto è la guerra di Netanyahu

Roberto Vivaldelli

17/03/2024

Quella in corso nella Striscia di Gaza è la più lunga guerra combattuta da Israele: intervista all’analista ed esperto di Medio Oriente, Mauro Indelicato.

Israele-Hamas, a che punto è la guerra di Netanyahu

Da Tel Aviv è arrivato il «sì» alla discussa operazione militare a Rafah. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, nonostante la contrarietà dell’amministrazione Biden, ha infatti approvato nelle scorse ore i piani per un attacco a Rafah, dove attualmente vivono 1,4 milioni di sfollati palestinesi. Tutto questo accade mentre si va verso una ripresa dei colloqui diplomatici in Qatar, dove è attesa la delegazione israeliana. Secondo la Reuters, Hamas ha presentato ai mediatori una nuova proposta che ammorbidisce la richiesta di un cessate il fuoco permanente, che potrebbe essere negoziato dopo un iniziale rilascio di ostaggi israeliani in cambio di prigionieri palestinesi. Proposta bollata da Tel Aviv come «irrealistica», mentre si continua a combattere e le vittime civili nella Striscia di Gaza sono ora più di 31 mila. Una vera e propria catastrofe umanitaria. Ne abbiamo parlato con l’analista geopolitico ed esperto di Medio Oriente e Nord Africa, Mauro Indelicato.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha annunciato la sua intenzione di procedere con l’invasione di Rafah. Una risposta all’amministrazione Biden, che ha altresì chiesto a Israele di non procedere. A tuo parere si tratta di un’operazione imminente oppure Netanyahu non varcherà quella “linea rossa” stabilità - almeno a parole - da Biden?

Difficile a dirsi, anche perché molte azioni potrebbero anche non essere annunciate. La stessa invasione di terra della Striscia di Gaza, anch’essa sconsigliata dall’amministrazione Biden nei termini poi visti in seguito, non è stata annunciata platealmente dal governo di Netamyahu. Quest’ultimo anzi, nelle ore in cui i propri uomini iniziavano a varcare i confini, parlava di singole operazioni locali. Il suo Paese e i suoi alleati hanno annotato l’inizio delle operazioni a Gaza a cose fatte. Potrebbe accadere la stessa cosa a proposito delle operazioni a Rafah: i carri armati potrebbero muoversi senza che Netanyahu, per non urtare alleati e Paesi arabi vicini a Israele, annunci ufficialmente il via all’azione.

In generale, a che punto è l’operazione militare di Israele nella Striscia di Gaza?

Si tratta già oggi della più lunga guerra combattuta da Israele, considerando che sin dalla sua fondazione lo Stato ebraico è stato impegnato in conflitti di breve durata. Non a caso la guerra del 1967 è passata alla storia come guerra dei sei giorni. L’Idf è all’interno della Striscia da quattro mesi abbondanti e al momento Hamas non appare annientata. Né si è capita quella che è l’intenzione di Netanyahu a conflitto terminato. Se non si conoscono gli obiettivi ufficiali, è difficile dire chi militarmente e politicamente ci sta guadagnando e chi ci sta perdendo in un determinato conflitto. L’unica cosa certa è che la Striscia è distrutta, più della metà del suo territorio è occupato dall’esercito israeliano e le perdite tra le fila dell’Idf sono minime.

Sul fronte interno, secondo un recente sondaggio il 50% degli israeliani di destra chiede elezioni anticipate, mentre salgono le quotazioni di Benny Gantz. Il futuro di Bibi è segnato?

Netanyahu è ben consapevole che non appena terminerà il suo ruolo di primo ministro, l’opinione pubblica e gran parte dell’arco politico istituzionale in Israele chiederanno conto delle sue responsabilità relative alle stragi del 7 ottobre. La sottovalutazione delle potenzialità di Hamas e degli allarmi della sua stessa intelligence non saranno, a guerra conclusa e a mandato di capo del governo terminato, elementi di secondo piano.

Si è molto parlato di un possibile allargamento del conflitto, soprattutto con Hezbollah e l’Iran: in questo momento, però, l’interesse reciproco di entrambe le parti sembra essere quello di evitare una guerra giù ampia. Che ne pensi?

Allargare il conflitto vorrebbe significare, per tutti gli attori in campo, dare fondo a tutte le proprie riserve in un momento in cui in tanti in medio oriente devono fare i conti con una coperta sempre più corta. Buon senso quindi imporrebbe alle varie parti in causa di astenersi da ulteriori provocazioni, purtroppo però abbiamo visto come il buon senso in questa fase appaia come un elemento tanto prezioso quanto drammaticamente raro.