Iran, la guerra che può costare le elezioni mid term a Donald Trump

Rob Piccoli

03/03/2026

Le critiche di Tucker Carlson e Rand Paul e le parole di Marco Rubio mostrano che la frattura investe l’elettore repubblicano medio e la narrativa stessa dell’America First.

Iran, la guerra che può costare le elezioni mid term a Donald Trump

La reazione all’intervento americano in Iran sta rivelando una crepa profonda nel mondo conservatore statunitense. Non si tratta soltanto delle proteste di figure radicali o marginali. La frattura attraversa il cuore dell’elettorato repubblicano e tocca commentatori, parlamentari e opinion leader che negli ultimi anni hanno rappresentato l’ossatura culturale del movimento America First.

Uno dei segnali più evidenti, com’è stranoto, è arrivato da Tucker Carlson, voce influente dell’universo conservatore. Carlson ha definito l’operazione contro l’Iran “absolutely disgusting and evil” (assolutamente disgustosa e malvagia), una presa di posizione netta che non nasce da pulsioni isolazioniste estreme ma da un’impostazione coerente con la critica alle “endless wars” che aveva accompagnato l’ascesa politica di Donald Trump. Il punto non è la simpatia per Teheran, ma la convinzione che un conflitto aperto non risponda a un interesse strategico americano chiaro e misurabile.

Anche sul piano istituzionale emergono distinguo significativi. Il senatore libertario Rand Paul ha richiamato il tema costituzionale: la competenza a dichiarare guerra spetta al Congresso, non all’esecutivo. Una posizione che non è anti-trumpiana in senso ideologico, ma che riflette una tradizione conservatrice radicata di limitazione del potere federale e prudenza nell’uso della forza.

Accanto a queste voci, si registra il malumore di una parte consistente dell’elettorato repubblicano. I sondaggi diffusi nelle ultime ore mostrano un consenso tutt’altro che plebiscitario per l’intervento: tra gli elettori indipendenti e tra i repubblicani non interventisti la preoccupazione supera l’entusiasmo. Il dato più interessante non è la contrarietà della sinistra, prevedibile, ma la cautela dell’elettore medio conservatore, quello che nel 2016 e nel 2020 aveva premiato Trump anche per la promessa di non trascinare il Paese in nuovi conflitti mediorientali.

Qui sta il nodo politico. Il movimento MAGA si era consolidato su una piattaforma che combinava sovranità economica, controllo delle frontiere e riduzione degli impegni militari all’estero. L’Iran riapre invece uno scenario da guerra regionale potenzialmente lunga, costosa e dagli esiti imprevedibili. Non è un caso che molti commentatori conservatori abbiano posto domande pragmatiche: qual è l’obiettivo finale? Qual è il piano di uscita? Quale sarà il costo in termini di bilancio federale, stabilità energetica e sicurezza interna?

Il tema energetico, in particolare, pesa più della retorica geopolitica. Un’escalation che coinvolgesse lo Stretto di Hormuz metterebbe sotto pressione il mercato petrolifero globale, con ripercussioni immediate su inflazione e mercati finanziari. Per un elettorato che ha sostenuto Trump anche per la promessa di crescita economica e stabilità dei prezzi, il rischio di uno shock energetico non è un dettaglio secondario.

C’è poi un elemento che storicamente ha inciso più di ogni altro sulla tenuta del consenso interno: il costo umano. Finché un’operazione resta limitata a raid aerei o missilistici, l’impatto politico è relativamente contenuto. Ma se l’escalation dovesse richiedere un coinvolgimento diretto sul terreno — ipotesi che diversi commentatori interventisti considerano tutt’altro che remota — il quadro cambierebbe radicalmente.
Persino in Italia, una voce di area neoconservatrice come Giuliano Ferrara ha sentito la necessità di mettere nero su bianco che un attacco realmente risolutivo contro l’Iran difficilmente potrebbe dirsi concluso senza “boots on the ground”, cioè senza truppe dispiegate fisicamente sul territorio. È un’osservazione che richiama precedenti storici: dall’Iraq all’Afghanistan, operazioni iniziate come campagne aeree si sono trasformate in conflitti lunghi e logoranti.
In uno scenario del genere, l’opinione pubblica americana — già divisa — potrebbe reagire in modo molto più netto. L’aumento delle perdite militari ha sempre rappresentato un punto di svolta nel consenso elettorale, soprattutto quando gli obiettivi strategici non appaiono chiari o raggiungibili in tempi definiti. Se il conflitto dovesse evolvere in una presenza stabile sul terreno, la promessa implicita dell’era America First — meno guerre, meno interventismo, meno sacrifici umani in teatri lontani — verrebbe percepita come tradita da una parte significativa della base.

Ma la crepa non si limita alla base o ai commentatori mediatici. Nelle ultime ore si segnala infatti un intervento per tanti versi sorprendente da parte di Marco Rubio, figura storicamente vicina all’area più interventista del Partito Repubblicano. In un briefing con i legislatori, il Segretario di Stato ha spiegato che Washington era consapevole dell’imminenza di un’azione israeliana contro l’Iran e che tale scenario avrebbe potuto provocare attacchi contro forze americane nella regione. L’intervento statunitense sarebbe stato quindi, nelle sue parole, una mossa preventiva per ridurre il rischio di perdite e contenere l’escalation. Ha avuto buon gioco, a questo punto, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, che ha risposto in questi termini alle dichiarazioni di Rubio: «Il signor Rubio ha ammesso ciò che tutti sapevamo: gli Stati Uniti sono entrati in una guerra per scelta per conto di Israele. Non c’è mai stata una cosiddetta ’minaccia’ iraniana».
Chiaramente, se l’azione americana viene motivata principalmente come risposta a dinamiche regionali generate da un alleato, il baricentro della narrativa cambia. Per una parte dell’elettorato conservatore, l’America First implicava una chiara autonomia strategica e la subordinazione di ogni scelta militare a un interesse nazionale immediatamente riconoscibile. Anche tra repubblicani non isolazionisti, l’idea di un coinvolgimento trascinato dagli eventi — anziché guidato da una strategia esplicitamente definita da Washington — alimenta perplessità.

La frattura, dunque, non è solo tra falchi e colombe. È tra due visioni dell’America: una che privilegia la deterrenza militare anche a costo di un confronto diretto con Teheran; l’altra che considera la potenza americana più efficace quando evita guerre aperte e concentra risorse su competitività industriale e stabilità interna.

Per ora, non si tratta di una rottura irreversibile. Ma è una crepa visibile. E in politica estera, come nei mercati, le crepe diventano determinanti quando iniziano a riflettersi nella fiducia. Se l’elettore medio repubblicano percepisce che l’asse della presidenza si sta spostando verso un interventismo che credeva superato, la questione iraniana potrebbe trasformarsi da dossier geopolitico in variabile elettorale.
Ed è questo, più delle polemiche social, il segnale da non sottovalutare.