Le critiche di Tucker Carlson e Rand Paul e le parole di Marco Rubio mostrano che la frattura investe l’elettore repubblicano medio e la narrativa stessa dell’America First.
La reazione all’intervento americano in Iran sta rivelando una crepa profonda nel mondo conservatore statunitense. Non si tratta soltanto delle proteste di figure radicali o marginali. La frattura attraversa il cuore dell’elettorato repubblicano e tocca commentatori, parlamentari e opinion leader che negli ultimi anni hanno rappresentato l’ossatura culturale del movimento America First.
Uno dei segnali più evidenti, com’è stranoto, è arrivato da Tucker Carlson, voce influente dell’universo conservatore. Carlson ha definito l’operazione contro l’Iran “absolutely disgusting and evil” (assolutamente disgustosa e malvagia), una presa di posizione netta che non nasce da pulsioni isolazioniste estreme ma da un’impostazione coerente con la critica alle “endless wars” che aveva accompagnato l’ascesa politica di Donald Trump. Il punto non è la simpatia per Teheran, ma la convinzione che un conflitto aperto non risponda a un interesse strategico americano chiaro e misurabile.
Anche sul piano istituzionale emergono distinguo significativi. Il senatore libertario Rand Paul ha richiamato il tema costituzionale: la competenza a dichiarare guerra spetta al Congresso, non all’esecutivo. Una posizione che non è anti-trumpiana in senso ideologico, ma che riflette una tradizione conservatrice radicata di limitazione del potere federale e prudenza nell’uso della forza. [...]
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