L’inflazione è un fenomeno tanto invisibile quanto pericoloso: agisce lentamente, ma inesorabilmente, erodendo il potere d’acquisto della moneta. Quando lasciamo il denaro fermo sotto un materasso o su un conto corrente, questo processo diventa particolarmente dannoso: nel tempo, i nostri risparmi si svalutano, pur rimanendo immutati nella cifra nominale.
Una inflazione media annua del 3% dimezza il valore reale del denaro in 24 anni. In altre parole, ciò che oggi compriamo con 100 euro, domani richiederà il doppio. E mentre i prezzi salgono, il denaro inerte perde valore.
Ma l’inflazione non è solo veleno per i risparmi fermi: anche gli investimenti non sono immuni. Essa rappresenta un freno costante ai rendimenti nominali, trasformando performance apparentemente positive in guadagni reali ben più contenuti.
Prendiamo l’indice S&P 500 in versione total return tra il 1980 e il 2024: il rendimento nominale annuo è stato dell’11,7%. Tuttavia, una volta depurato dall’inflazione, il guadagno reale scende all’8,3%. E non sempre va così bene: tra il 1966 e il 1982, ad esempio, il rendimento reale è stato addirittura negativo (-0,6% per le azioni, -3% per le obbligazioni). In quel periodo, l’inflazione elevata e persistente ha annullato qualsiasi vantaggio finanziario.
Nei 200 anni passati, i periodi di rendimento reale inferiore all’1% per il mercato azionario USA sono durati, sommati, più di 100 anni. L’ultimo caso rilevante è stato quello del 2000-2013, con una remunerazione reale media annua di appena lo 0,8%.
E mentre questo impatta negativamente sull’accumulo, durante il decumulo (cioè quando si vive dei propri risparmi, come in pensione o nel percorso FIRE), le conseguenze possono essere drammatiche. Se preleviamo il 4% annuo da un capitale senza rendimento reale, in 25 anni il capitale sarà esaurito. Se il rendimento reale è solo dell’1%, i risparmi dureranno 29 anni. La “regola del 4%”, tanto amata nel mondo FIRE, scricchiola quando l’inflazione si fa sentire.
Il vero problema non è solo quanto cresce l’inflazione, ma quando. Questo è il cosiddetto rischio della sequenza dell’inflazione. Due scenari con uguale inflazione media del 3,3% possono produrre esiti completamente diversi se i picchi inflazionistici si concentrano nei primi o negli ultimi anni del piano di decumulo. In un esempio simulato, la stessa persona con lo stesso capitale iniziale e tasso di prelievo finisce con 200.000 euro in meno se l’inflazione più alta si concentra all’inizio.
Il rischio della sequenza dell’inflazione è altrettanto insidioso quanto quello della sequenza dei rendimenti negativi. Quando si verifica nei primi anni del ritiro, amplifica le probabilità di esaurire i risparmi prima del previsto.
Per chi abbraccia il movimento FIRE, il pericolo è ancora più rilevante: senza entrate lavorative e con un orizzonte temporale lungo, basta una cattiva partenza per compromettere tutto il piano.
La lezione è chiara: non si può ignorare l’inflazione. È necessario monitorare costantemente la situazione, rivedere regolarmente le strategie e adottare piani flessibili. Proteggere il capitale non significa solo cercare il rendimento più alto, ma anche difendersi dalla silenziosa inflazione.