In un’intervista al quotidiano svizzero Le Temps, il capo economista della BCE Philip Lane rivede al rialzo la durata dello shock energetico che sta spingendo i prezzi in tutta l’Eurozona: il ritorno verso il target del 2% slitta a metà 2027.
Philip R. Lane è capo economista e membro del Comitato esecutivo della Banca Centrale Europea dal 2019, è lui a coordinare le proiezioni macroeconomiche che il Consiglio direttivo usa per decidere sui tassi, e le sue parole orientano le attese di mercato più di quelle di quasi tutti gli altri membri del board, Christine Lagarde esclusa. Il 10 settembre la BCE ha alzato per la seconda volta nel 2026 i tassi di interesse, portando il tasso sui depositi al 2,50% (dal 2,25% di giugno), proprio per rispondere alla spinta inflazionistica innescata dai rincari energetici.
Lane (BCE): “Lo shock energetico durerà più a lungo del previsto”
In un’intervista al quotidiano svizzero Le Temps, Lane ricostruisce due ondate di rincari energetici nel corso dell’anno: la prima tra marzo e aprile, poi un’attenuazione temporanea dopo il memorandum Usa-Iran del 17 giugno, infine una nuova impennata con la ripresa del conflitto. La sua valutazione è netta: «ci aspettiamo che lo shock energetico duri più a lungo di quanto avevamo previsto a marzo». E sulle conseguenze per i prezzi:
«è probabile che l’inflazione resti più alta più a lungo, prima di tornare verso il nostro obiettivo a partire dalla metà del 2027».
Lane precisa che, finora, tra febbraio e settembre, l’impatto si è concentrato su alimentari ed energia, con i servizi ancora sotto controllo; ma le curve future di petrolio e gas indicano un miglioramento solo verso la fine dell’anno, «con molta incertezza». Tra i fattori di sostegno alla crescita europea, cita la spesa pubblica (il pacchetto tedesco su difesa e infrastrutture, il programma Next Generation EU) e il potenziale contributo dell’intelligenza artificiale.
Perché riguarda l’investitore italiano
L’Italia non è un’eccezione al fenomeno descritto da Lane. Secondo l’Istat, ad agosto 2026 l’inflazione italiana è salita al 3,3% (dal 2,9% di luglio), sospinta dai beni energetici: la componente regolamentata è passata da +14,8% a +18,6%, quella non regolamentata da +11,4% a +17,0%. È lo stesso identikit descritto da Francoforte per l’intera Eurozona, dove l’inflazione era anch’essa al 3,3% ad agosto.
Per chi investe o si finanzia in Italia, una BCE che si aspetta un’inflazione «più alta più a lungo» significa tassi restrittivi più a lungo. Lo stesso giorno del rialzo di settembre Christine Lagarde ha lasciato aperta la porta a un’ulteriore stretta entro dicembre. Questo si riflette sul costo del debito pubblico e sul costo di mutui e prestiti ancora legati all’Euribor.
Il quadro descritto da Lane conferma che, a differenza del 2021-2022, l’attuale episodio inflazionistico resta quasi interamente energetico e non ancora ampiamente diffuso ai servizi: una distinzione che la stessa ricerca della BCE ha stimato pesare per circa il 90% dell’accelerazione dei prezzi dell’energia tra gennaio e maggio 2026. Per gli investitori italiani questo significa monitorare in parallelo l’andamento di petrolio e gas, già al centro di altri approfondimenti di Money.it Premium questa settimana, e le prossime mosse della BCE, con la riunione di dicembre come primo vero banco di prova per capire se la stretta è davvero finita.