Ecco cosa dice davvero la legge italiana sull’età per mettersi al volante: cosa succede dopo i 75 anni.
È opinione condivisa da tante persone che al compimento dei 75 anni si debba smettere di guidare e anzi parecchi credono anche che sia la legge a prevedere questo divieto, complici le molteplici bufale circolate sull’argomento nell’ultimo periodo. L’avanzare dell’età dei conducenti è sempre motivo di preoccupazione, sia per i guidatori che per i loro familiari, ma pure della generalità di persone che circolano sulla strada. Nella percezione comune l’aumentare dell’età viene considerato fino a un certo punto come garanzia di sicurezza, grazie all’esperienza acquisita dal guidatore e alla ragionevolezza che si presuppone abbia maturato con il tempo.
Poi, però, nell’ottica comunque questo pensiero si inverte. Invecchiare non significa diventare più bravi, ma al contrario essere esposti ed esporre gli altri a ulteriori pericoli. Che questi presupposti siano specchio della realtà stradale è tutto da verificare, ma di fatto l’invecchiamento favorisce l’insorgere di patologie e complicazioni di salute, e anche in assenza di malattie, più semplicemente di un progressivo deterioramento delle capacità psicofisiche.
Alla luce di questi elementi oggettivi di criticità la normativa nazionale, al pari di quella europea, prevede regole specifiche sulle patenti di guida, finalizzate proprio alla verifica dell’idoneità con il passare del tempo e nello specifico con l’aumento dell’età dei conducenti. Ciò però non significa che venga genericamente impedito di guidare a tutti coloro che superano una certa età anagrafica, che da sola non corrisponde necessariamente a una certa capacità (o incapacità che sia) al volante. Prevedere invece delle misure specifiche coerenti, proprio come le limitazioni per i neopatentati, è la giusta via di compromesso per la sicurezza stradale. Proviamo a far luce sulla questione una volta per tutte.
In Italia può guidare chi ha più di 75 anni?
In Italia non esiste un’età massima per la guida dei veicoli comuni. Nel dettaglio, non ci sono requisiti anagrafici massimi per le patenti A e B. In riferimento alle patenti C e D ci sono invece delle limitazioni specifiche per alcuni veicoli, nel dettaglio:
- autotreni e autoarticolati con massa complessiva a pieno carico superiore a 20 tonnellate possono essere guidati fino a 60 anni, elevabili a 68 con controlli annuali;
- i veicoli adibiti al trasporto di persone per cui sia necessaria la patente D possono essere guidati fino a 60 anni, anche in questo caso elevabili a 68 con i controlli annuali.
Per i conducenti professionali e le altre patenti esistono ulteriori regole specifiche, ma non è comunque prevista un’età massima in senso assoluto. In ogni caso, il raggiungimento della soglia dei 75 anni non ha alcun significato specifico riguardante la patente di guida. L’avanzare dell’età implica semplicemente la minore durata della patente, volta ad assicurare rinnovi più frequenti con i dovuti controlli sull’idoneità alla guida.
Dopo il compimento di 70 anni la patente deve essere rinnovata ogni 3 anni per i titolari di patente A e B (fino a 80 anni, quando i rinnovi diventano biennali), come pure per i titolari di patente D, riclassificabili in B e BE corrispondenti. Di conseguenza, la guida agli over75 è vietata soltanto se in fase di rinnovo si constata la mancanza dei requisiti di idoneità alla guida.
Queste regole sono particolarmente funzionali, perché tengono conto dei cambiamenti legati all’età senza limitare ingiustificatamente i conducenti, tanto da essere diventate d’esempio per il meccanismo di rinnovi europeo. Di fatto, guardando le statistiche notiamo che il gruppo di conducenti a provocare maggiori incidenti stradali è anche quello più presente sulle strade: la fascia tra 30 e 50 anni, proprio quella da cui ci si aspetterebbe altri risultati. Gli over70 sono effettivamente causa di circa il 6% degli incidenti stradali secondo i dati, ma soprattutto sono i maggiormente esposti ai danni fisici, proprio a causa della vulnerabilità dovuta all’età.
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