Ci sono giovani che studiano e altri che sono già entrati nel mondo del lavoro.
E poi esiste una categoria intermedia, quella di chi riesce a fare entrambe le cose: in Europa è la condizione di tanti, mentre in Italia non è molto diffusa.
Considerando gli studenti europei tra i 15 e i 29 anni, nel 2023 il 25,7% ha svolto un lavoro nello stesso periodo in cui era a scuola o all’università; il 71,4% è rimasto fuori dalla forza lavoro (perché studente a tempo pieno) e il 2,9% è risultato disoccupato, ossia ha cercato lavoro durante gli studi (non trovandolo).
Si tratta di percentuali molto diverse rispetto a quelle rilevate da Eurostat per l’Italia. Nel 2023 solo il 7,6% degli studenti italiani ha svolto un lavoro mentre studiava, il 91,3% è risultato fuori dalla forza lavoro e solo l’1,1% ha cercato lavoro da studente (risultando disoccupato).
I paesi con la più alta presenza di giovani che riescono a studiare e lavorare allo stesso tempo sono soprattutto quelli del Nord e del Centro Europa. In primis i Paesi Bassi, dove la quota è eccezionalmente alta: il 74,5% degli studenti tra i 15 e i 29 anni ha avuto un’occupazione nel corso del 2023 e meno di uno su cinque è risultato totalmente fuori dal mondo del lavoro. Il caso olandese è fuori dal comune: si parla infatti spesso di “modello Olanda” per indicare un esempio di sistema educativo particolarmente efficace a ridurre la distanza tra il mondo della scuola e quello del lavoro. Quote di studenti lavoratori ben sopra la media europea risultano anche in Danimarca (52,6%), Austria (46,2%) e Germania (45,4%), mentre all’opposto troviamo Ungheria (6,1%), Slovacchia (5,8%) e Romania (2,3%), dove gli studenti lavoratori sono più rari anche rispetto all’Italia.
Generalmente, si ritiene che i sistemi educativi basati su una forte dualità tra mondo dell’istruzione e del lavoro siano tendenzialmente meno esposti al fenomeno Neet (neither in employment or in education or training), ossia dei ragazzi che non lavorano, studiano o si formano, di cui soffre particolarmente l’Italia (sono circa 2,1 milioni nella fascia tra i 15 e i 34 anni). Ma per finanziare il sistema occorrono risorse: non deve quindi stupire il fatto che i paesi europei con la più elevata partecipazione di studenti al mondo del lavoro sono anche quelli che più spendono per l’educazione. Nel 2022 i Paesi Bassi hanno investito il 5,1% del proprio Pil nell’istruzione, la Danimarca il 5,3%, l’Austria il 4,8% e la Germania il 4,5%, mentre l’Italia non è andata oltre il 4,1%.
Oltre alle opportunità di lavoro durante gli anni delle scuole superiori, c’è poi il capitolo degli studenti che hanno un impiego in contemporanea agli studi all’università. Una casistica rilevante nei numeri e che tuttavia, almeno in Italia, sembra dettata più che altro per necessità e comunque non legata al percorso di studi.
Secondo un’indagine promossa da Unione degli Universitari e Cgil, realizzata dalla Fondazione Di Vittorio e basata su quasi 13 mila questionari, in Italia sono circa 365 mila le persone che studiano all’università e contemporaneamente lavorano, pari al 17% degli iscritti totali nelle facoltà. Quasi uno su tre lavora a contatto con il pubblico, come commesso o cameriere. Tra le motivazioni più diffuse per lavorare durante gli studi universitari ci sono l’esigenza di mettere soldi da parte e ottenere maggiore indipendenza dalla famiglia. Tuttavia, in molti casi, alternare lavoro e studio universitario non è una scelta libera: in tanti sono costretti a lavorare per sostenere i costi dello studio, in mancanza di sostegno economico familiare.