Il sistema pensionistico italiano è tra i più costosi al mondo. Ed è quasi impossibile non aver pensato, o sentito dire da altri, che in Italia ci sono troppi pensionati e pochi lavoratori a sostenerlo. Un luogo comune che già ora ha molto di vero. Anche se in un certo senso oggi non va poi così male, considerando che tra crisi demografica, invecchiamento della popolazione e lavoro precario, il peggio deve ancora arrivare.
I pensionati in Italia sono più di 16 milioni, a fronte di oltre 23 milioni di lavoratori che, attraverso i contributi versati, finanziano le loro pensioni. Il più recente aggiornamento Istat sul tema indica che nel 2021 c’erano 714 pensionati ogni mille lavoratori. Nel 2011 il rapporto era di 744 ogni mille e nel 2000 di 757 ogni mille. Negli ultimi vent’anni, quindi, il numero dei beneficiari dei trattamenti pensionistici si è tenuto sostanzialmente stabile rispetto a quello dei lavoratori, o risulta perfino in calo. Tuttavia, tra i motivi di questa tenuta, ci sono il contenimento della fuoriuscita dal mondo del lavoro e l’innalzamento dell’età pensionabile. Quanto fin qui descritto potrebbe smentire le premesse iniziali sulla sostenibilità del sistema previdenziale italiano, se non fosse che le previsioni per il futuro non sono incoraggianti.
Bisogna considerare che, anche se i pensionati sono circa 16 milioni, le prestazioni pensionistiche complessive sono quasi 23 milioni (si possono cumulare). Oggi le pensioni valgono circa il 16% del Pil, a fronte di una media Ocse di circa l’8%. Nel 2020 il rapporto era salito al 17%, in questo caso anche a causa del crollo del Pil verificatosi quell’anno. Secondo le proiezioni del Mef, a partire dal 2026 il rapporto dovrebbe ricominciare a crescere, nonostante l’innalzamento dei requisiti minimi di accesso al pensionamento. Il prossimo picco, ancora al 17% del Pil, è atteso per il 2040, prima di un nuovo calo negli anni successivi.
Secondo l’Ocse, in Italia il rapporto tra persone anziane e persone in età lavorativa è tra i più alti al mondo. Nel nostro Paese ogni cento persone occupabili di età compresa tra i 20 e i 64 anni ce ne sono 41,7 che hanno almeno 65 anni. Un rapporto così sbilanciato esiste solo in Giappone (54,9), in Finlandia (43,8) e in Germania (42,4). Ed è destinato ad aumentare: secondo le proiezioni, nell’Italia del 2075 potrebbero esserci ben 67 over 65 ogni cento persone occupabili.
Due momenti di svolta per il nostro sistema pensionistico sono arrivati nel 1995 con la riforma Dini, che ha segnato il graduale passaggio dal regime retributivo, molto più favorevole, a quello contributivo. E nel 2012 con la riforma Fornero, che ha esteso il metodo contributivo e allungato i tempi dell’età per andare in pensione.
Secondo l’ultimo Documento di economia e finanza, approvato di recente dal Consiglio dei ministri, la spesa per le prestazioni pensionistiche arriverà a 337,4 miliardi di euro entro la fine del 2024, per poi toccare quasi quota 370 miliardi nel 2027. Con la spesa per le pensioni che lievita risulta sempre più irrealistica l’approvazione, per il 2025, di nuovi meccanismi di pensionamento anticipato. Come l’ipotesi Quota 41, che prevederebbe la possibilità di andare in pensione con 41 anni di contributi, a prescindere dall’età anagrafica.