Il Governatore della Banca d’Italia, nello svolgere le sue recenti Considerazioni finali, si è soffermato sulla necessità di assicurare afflussi di manodopera regolare dall’estero per agevolare la attività produttiva che soffre per una scarsa dinamica demografica interna: le imprese italiane hanno bisogno di immigrati per soddisfare la loro offerta di lavoro.
Purtroppo, non è stato citato il fenomeno inverso, che sta impoverendo drammaticamente l’Italia. I dati dell’Istat, riferiti al 2021, sono agghiaccianti: non solo c’è stata una migrazione interna spaventosa, con un milione e 423 mila persone che hanno abbandonato i piccoli centri e le aree meridionali, ma a fronte di una immigrazione dall’estera censita ufficialmente, di 318 mila unità, ben 94 mila italiani hanno lasciato il Paese. Se un emigrato italiano su tre ha un’età compresa tra 25 e 34 anni, arrivando ad un totale di 31 mila unità, ben 14mila solo tra costoro avevano una laurea o un titolo superiore alla laurea.
C’è un modello di crescita insoddisfacente, in Italia, che ha dietro una questione di soldi, di investimenti che non si fanno e di salari che stagnano.
Vediamo che cosa succede.
I figli delle famiglie italiane benestanti vanno spesso a studiare a Londra, oppure a Parigi, oppure nelle migliori università statunitensi, così come vanno spesso a completare gli studi a Napoli, a Roma, a Milano ed a Bologna i figli delle famiglie che abitano nel Sud: si entra in un circuito di relazioni più favorevoli e molto spesso non si rientra più nei luoghi di origine.
L’offerta formativa rappresenta un fattore chiave nelle politiche pubbliche di site competition: occorre creare un ambiente adatto per attrarre il fattore umano di elevata qualità, in quanto rappresenta un fattore dinamico di grande valore ai fini della crescita economica.
Le aziende che perseguono obiettivi di crescita dimensionale e che investono in settori avanzati della produzione, cercano le persone più qualificate per essere in grado di raggiungere questi obiettivi e diventare sempre più competitive.
Ci sono però anche le aziende meno dinamiche, e sono tante, che “tirano a campare” cercando di sopravvivere alla meglio, abbattendo i costi di produzione: sfruttano fino all’ultimo gli investimenti in essere senza innovare gli impianti e strizzano la manodopera riducendola al massimo e pagandola il meno possibile. Queste ultime imprese non hanno alcun bisogno di assumere giovani ambiziosi, laureatisi nelle migliori università, che pretendono uno stipendio consistente: si barcamenano con quello che trovano, al risparmio.
Basta guardare i cantieri stradali: in alcuni, si vede all’istante che c’è alle spalle un’impresa che ha un capitale organizzativo e tecnico di alto livello, con attrezzature e macchinari a profusione, con gli operai sempre in tuta e casco che lavorano con calma e precisione lasciando ogni sera tutto perfettamente ordinato e pulito. In altri casi, è evidente che la ditta che lavora è l’ultimo anello di una catena di subappalti, con una organizzazione abborracciata che si manifesta nella mancanza di mezzi tecnici adeguati: si lavora ancora di “pala e piccone”, invece che con i martelli pneumatici montati su mezzi mobili e carrelli di movimentazione del materiale di riporto. Nella gran parte dei casi, i lavoratori sono assunti a giornata, magari in nero: se sono immigrati, tanto meglio.
E’ questo il paradigma che andrebbe cambiato: l’agricoltura va meccanizzata, e non sostenuta a livelli di sussistenza con migliaia di immigrati in nero che vivono come schiavi in baraccopoli sconosciute; nelle imprese occorre investire nei processi produttivi per aumentare il personale qualificato e ridurre al minimo il lavoro di infimo contenuto professionale.
Ma c’è un problema: dopo decenni di processi di smantellamento delle imprese, tra esternalizzazioni e delocalizzazioni, di demansionamenti in massa e di cessioni di interi rami di impresa a fantomatiche cooperative composte da ex-dipendenti, ora neppure le poche imprese che investono in settori innovativi trovano più personale qualificato: non è neppure una questione di stipendio basso, semplicemente non c’è nessuno da assumere. E non sono gli immigrati che arrivano a decine di migliaia, regolari e non, che risolveranno questa difficoltà.
Siamo nel guado: tra la denatalità che richiede di aumentare l’immigrazione di lavoratori regolari di basso livello professionale che vengono remunerati con salari infimi e l’emigrazione massiccia di italiani diplomati e laureati che non si accontentano di stipendi da fame.
C’è modo e modo di fare utili d’impresa: tagliando i costi e spremendo gli impianti fino al fallimento, oppure investendo in innovazione e capitale umano. Ma continuare a tirare la volata al dumping salariale, è questo che ha impedito e che impedisce all’Italia di crescere.