Parziale retromarcia del governo britannico in materia di immigrazione con finalità di studio/lavoro dopo la svolta restrittiva che era stata annunciata il 12 maggio scorso? Presto per dirlo con certezza, ma potrebbe anche essere.
Sicuramente, nove anni dopo il referendum che decise la Brexit, il Common Understanding firmato a Londra dal premier britannico, Keir Starmer, e dai presidenti del Consiglio Europeo e della Commissione Europea, rispettivamente Antonio Costa e Ursula von der Leyen, rappresenta una novità di tutto rispetto sotto vari punti di vista.
Tra le questioni affrontate in quello che viene definito un “reset” di ampio respiro vi sono la sicurezza, le spese per il riarmo, il commercio di energia, i farmaci, la pesca, l’export di prodotti alimentari e, appunto, l’immigrazione e la mobilità dei cittadini, soprattutto studenti. Benché si tratti in larga parte solo di una dichiarazione d’intenti, da entrambe le sponde della Manica si evidenzia l’importanza dell’intesa, che secondo Starmer “segna una nuova era nelle nostre relazioni”, ed è “un accordo win-win”, mentre Ursula von der Leyen sottolinea che “stiamo voltando pagina e aprendo un nuovo capitolo”.
Molti degli argomenti presi in esame richiederanno approfondimenti e discussioni, tra questi sicuramente quello della regolamentazione degli ingressi di studenti e lavoratori-studenti nel Regno Unito. Chiaramente si andrà verso un ammorbidimento delle restrizioni annunciate pochi giorni fa, anche se a beneficiarne saranno soltanto i cittadini dell’Unione Europea.
Insomma, una svolta dopo la svolta che rendeva più difficile non l’immigrazione irregolare nel Regno Unito, ma quella regolare, per cui chi vuole trasferirsi per studiare o lavorare in Gran Bretagna deve dimostrare di conoscere bene la lingua, mentre chi si candida per lavori qualificati deve necessariamente essere in possesso di una laurea. Il laburista Starmer aveva motivato le misure restrittive ripetendo due mantra, “riprendere il controllo dei nostri confini” e “porre fine al fallito esperimento di frontiere aperte”, che sembrano tagliati su misura per il partito populista e sovranista di Nigel Farage, Reform UK, che ha trionfato alle elezioni locali di questo mese, ottenendo il controllo di 10 dei 23 consigli comunali in lizza e aggiudicandosi 677 dei 1.600 seggi in palio.
Infatti era abbastanza evidente l’intento di contrastare il crollo della popolarità del governo in carica dopo che quest’ultimo ha tagliato i sussidi agli anziani, aumentato le tasse e aperto una controversia legata all’uso delle donazioni politiche. Il tono altisonante del premier lasciava intendere che il governo puntava molto sull’impatto emotivo della svolta. “Le nazioni dipendono dalle regole, regole giuste,” scandiva Starmer, regole che “a volte sono scritte, spesso no, ma in ogni caso danno forma ai nostri valori, ci guidano verso i nostri diritti, ovviamente, ma anche verso le nostre responsabilità, gli obblighi che abbiamo gli uni verso gli altri”. Per poi concludere: “In una nazione diversificata come la nostra, e ne sono lieto, queste regole diventano ancora più importanti. Senza di esse, rischiamo di diventare un’isola di stranieri, non una nazione che procede unita”.
Nigel Farage, aveva commentato molto severamente il piano del Primo Ministro per reprimere l’immigrazione. “Starmer è in guai seri, molto seri”, dichiarava a Sky News. “Devo dire che manca totalmente di sincerità. Pensa solo al potere, alla ricerca del potere, e non a cosa si possa effettivamente fare con esso.” Anche dalle file del Labour Party erano partite critiche feroci. Sarah Owen, deputata di Luton Nord, che si colloca nella sinistra moderata del partito, osservava che “il modo migliore per evitare che il Regno Unito diventi un’isola di stranieri è investire nelle comunità affinché prosperino” e concludeva esortando il governo a non mettere le persone le une contro le altre.
Ma le misure preannunciate dal governo il 12 maggio avevano suscitato viva preoccupazione anche nel settore produttivo, dove si è temuto che fosse particolarmente elevato il rischio di danneggiare la crescita economica, di aggravare la crisi di competenze del Paese e la già critica carenza di manodopera in settori chiave. A meno che, hanno avvertito importanti gruppi imprenditoriali, le nuove norme non fossero accompagnate da una radicale revisione del sistema di formazione nazionale.
Le Camere di Commercio e la Confederazione dell’Industria Britannica (CBI) hanno fatto eco a queste preoccupazioni. In particolare, si lamentava che le restrizioni sui visti per studenti potevano mettere in difficoltà le finanze universitarie. Il business della formazione universitaria, infatti, alimentato robustamente dalle decine e decine di migliaia di studenti stranieri, rappresenta un pilastro fondamentale dell’economia britannica, contribuendo in modo significativo al PIL, al mercato del lavoro e al prestigio internazionale del Regno Unito.
Gli studenti stranieri generano miliardi di sterline all’anno in tasse universitarie, che spesso sono molto più elevate rispetto a quelle pagate dagli studenti britannici. Ad esempio, nel 2021/22, gli studenti stranieri hanno contribuito con circa £9,8 miliardi solo in tuition fees (fonte: Higher Education Statistics Agency - HESA). Oltre alle tasse, gli studenti internazionali spendono in alloggi, trasporti, vitto, intrattenimento e altri servizi, stimolando l’economia locale. Si stima che il loro impatto economico totale (direttamente e indirettamente) superi i £41,9 miliardi all’anno (fonte: Universities UK International, 2023).
Va anche detto che tutto, a Londra, contraddice gli umori anti-forestieri: la gentilezza e la disponibilità verso il visitatore straniero, la gente che si ferma spontaneamente per aiutarti a trovare la strada che cerchi, il personale della Metropolitana che previene i tuoi dubbi, e infiniti altri segnali di apertura mentale e accoglienza. Parlo, oltretutto, alla luce di un mio recentissimo soggiorno, dopo anni di assenza. Starmer probabilmente ha fatto confusione tra tipi di immigrazione e problematiche annesse e connesse. Oppure, come suggerisce Farage, si tratta soltanto di disonestà intellettuale.
Conosciamo bene, noi italiani, i danni di un’immigrazione incontrollata e selvaggia. Ma le misure di Starmer colpiscono soprattutto, e senza motivo, un altro tipo di immigrazione, quello che ha reso Londra una “capitale del mondo”, più di Parigi, Roma, Amsterdam, e forse più ancora della Grande Mela, di New York City. Un fascino che ti entra dentro e non ti lascia più.
Che ci sia stato un ripensamento radicale è probabile, oppure la svolta nella svolta era stata messa in preventivo. Va’ a saperlo. Fatto sta che, per dirla con William Shakespeare, All’s Well That Ends Well (tutto è bene quel che finisce bene). O almeno così sembra.