Più sale l’azionario, più duro potrebbe essere il colpo. Una frase potente, ma che nasconde una dura verità che il mercato sta cercando in tutti i modi di ignorare. E così facendo, gli Stati Uniti rischiano seriamente un credit crunch. Se l’economia è forte, e tutti vogliono azioni, chi rifinanzia il debito USA? Anzi, chi copre il deficit USA? Nessuno. Forse qualcuno lo farebbe, ma a rendimenti maggiori. Questo è il meccanismo che guida da secoli il mercato dei capitali.
Ma oggi, se gli interessi sul debito salgono, e per coprirli il mercato chiede sempre più rendimento, non si rischia di entrare in una spirale che porta dritti verso una crisi del debito? Ecco perché il rischio oggi è più forte che mai, anche se ancora invisibile agli occhi del grande pubblico.
Un rischio chiamato debito sovrano
Il rischio più grande di tutti è quello di un crunch sul debito governativo USA. Forse lo scenario peggiore immaginabile, eppure non l’unico tra quelli possibili. Alcuni dati parlano da soli: il debito totale ha raggiunto quota $37 trilioni, in aumento di $1,66 trilioni rispetto all’anno scorso. E soprattutto, $9,2 trilioni di quel debito, pari a più del 30%, andranno in scadenza entro 12 mesi. Nel frattempo, la previsione di deficit per il 2025 è attorno ai $2 trilioni.
Quindi, mentre Trump stringe accordi strategici con Arabia Saudita e promette tagli fiscali senza precedenti, la spesa per interessi sul nuovo debito da emettere è praticamente a livelli record. Tutto questo accade proprio nel momento in cui la domanda estera per i Treasury sta scendendo, e la de-dollarizzazione è sempre più centrale nel dibattito macroeconomico.
Nel frattempo, i retail chiedono sempre meno obbligazioni, considerate meno attraenti in un contesto in cui l’economia accelera e gli stimoli fiscali sostengono la domanda azionaria. E questo è un problema.
Crowding out e spirale di sfiducia
Tutto ciò comporta una impennata dei rendimenti obbligazionari, necessaria per incentivare nuovi investitori ad acquistare il debito del paese e rifinanziare le spese. Ma se questa nuova domanda non dovesse arrivare, o si mostrasse instabile, si rischia un fenomeno ben noto: il crowding out.
Questo è il momento in cui il mercato inizia a dubitare della capacità del governo di ripagare il debito. In questo scenario, alcuni analisti parlano di rendimenti sul 10 anni USA al 6-7%. Una vera stangata, che comporterebbe un crollo importante dei Treasury, trascinando con sé anche i titoli obbligazionari esteri, soprattutto quelli dei paesi partner finanziari, aumentando a dismisura il rischio sistemico globale. In sostanza, in una crisi del genere, non c’è più un porto sicuro.
Il dilemma della Fed
È una situazione scomoda per la Federal Reserve. Non si possono abbassare artificialmente i tassi, perché questo alimenterebbe l’inflazione, ed è il motivo per cui Powell non lo fa. Certo, se i tassi scendessero, il peso del deficit calerebbe, ma se il problema è la domanda insufficiente, l’aggiustamento potrebbe richiedere più tempo del previsto.
Soprattutto in quei mercati dove il rischio non è solo reale, ma anche percepito, e spesso amplificato. Infatti, il crunch sul debito sovrano è il capostipite di altri rischi collegati: come quello legato al debito corporate, altro nodo critico da non trascurare.
Corporate debt: la bomba silenziosa
Perché preoccuparsi del debito aziendale? Se fosse solo una questione di finanziamenti costosi, avremmo dovuto vedere un aumento dei default rate già nel 2022, giusto? Eppure, non è andata così. Questo perché solo le small cap hanno una forte esposizione a tassi variabili e hanno già fatto i conti con il nuovo livello dei tassi. Le grandi aziende, invece, hanno emesso debito a tasso fisso durante il Covid.
Ma ora le scadenze si avvicinano:
- 700 miliardi nel 2025,
Nel frattempo, gli spread sono tornati a essere troppo stretti, segno di un’irrazionalità di mercato che sottovaluta il rischio, mentre l’accesso al credito si restringe.
E quando aumenta il tasso di default, parte una reazione a catena. Le aziende iniziano a fallire. Le banche si irrigidiscono. I consumatori vengono colpiti. E il governo, a quel punto, è costretto a intervenire.
È lo schema ricorrente che ha generato le grandi depressioni storiche. E tutto ruota sempre attorno a un unico concetto: il credito. È lui la macchina dell’economia. Quando si inceppa, tutto rallenta. O crolla.
Ma il rischio è davvero così reale?
Oggi ci troviamo in un momento di apparente forza economica, con l’azionario in rally e il sentimento positivo. Ma il sistema è fragile, probabilmente più di prima. È sospeso su un equilibrio instabile, fatto di debiti da rifinanziare, deficit da colmare, e fiducia da mantenere. Il rischio è reale, ma ancora non si vede bene. E proprio per questo è ancora più pericoloso.
Uno scenario solo ipotetico, certo, ma che anche un investitore obbligazionario dovrebbe tenere in considerazione all’interno della propria mappa dei rischi. Un’analisi coerente dovrebbe includere anche gli aspetti positivi: primo fra tutti, il fatto che questo rischio non è stato segnalato da alcuna agenzia di rating, le stesse che dovrebbero fornire valutazioni proprio per guidare il risparmiatore.
È quindi probabile, come sempre accaduto, che si riesca a superare anche questo scoglio. Ma la vera domanda è un’altra: continuando a coltivare la spirale del debito, stiamo forse solo rimandando l’inevitabile?