A Money Talks Alberto Bagnai boccia l’ipotesi di una nuova imposta sui patrimoni. Ma quante patrimoniali esistono già in Italia e chi pagherebbe davvero quella nuova?
Ci siamo abituati, la patrimoniale torna ciclicamente al centro del dibattito politico italiano e questa volta non solo a parole. È in corso la raccolta firme per la proposta di legge di iniziativa popolare «1% Equo», che punta a introdurre un’imposta progressiva sui patrimoni netti sopra i 2 milioni di euro, mentre nel campo largo la questione divide. Alleanza Verdi e Sinistra spinge, il Pd di Elly Schlein apre solo a una tassazione coordinata a livello europeo sui miliardari e frena su un’imposta nazionale. E la posizione espressa da Alberto Bagnai nell’ultima puntata di Money Talks, il video podcast di Money.it suona come un manifesto del fronte contrario.
La tesi di Bagnai: “La ricchezza è già stata tassata”
Per l’economista e deputato della Lega, la patrimoniale è «sostanzialmente un falso problema» e un tema «estremamente demagogico». Il suo primo argomento è di natura pratica: la nuova imposta mancherebbe il bersaglio. «Non colpisce il vero ricco - spiega Bagnai - perché il vero ricco è una persona libera e tendenzialmente nullatenente: ha tutto in trust». Tradotto? I grandi patrimoni hanno strumenti giuridici e mobilità sufficienti per sottrarsi al prelievo, che finirebbe per gravare sul ceto medio patrimonializzato.
Il secondo argomento, però, è di principio:
«Tu puoi metterla come ti pare, ma la ricchezza è l’accumulo di risparmi. Il risparmio è quello che ti resta di un reddito che viene tassato. Quindi la ricchezza già è stata tassata alla fonte quando era reddito, che sei riuscito faticosamente, magari tirando la cinghia, a mettere da parte. E adesso ti ritasso».
Infine, il nodo delle soglie: «Se uno ha una casa a Roma è un ricco, necessariamente? Ma la vogliamo vedere così? Siamo sicuri che sia così? Secondo me no». Un riferimento diretto al rischio che, in un Paese dove la ricchezza delle famiglie è concentrata nel mattone, soglie troppo basse trasformino una tassa sui ricchi in una tassa sulla casa.
Le patrimoniali che già esistono (e quanto valgono)
C’è però un punto che Bagnai tocca solo di sfuggita e che merita di essere messo in fila. In Italia le imposte patrimoniali esistono già, e non sono poche. Secondo un’analisi dell’Ufficio studi della CGIA di Mestre, nel 2024 il gettito complessivo dei principali prelievi sulla ricchezza ha superato i 51 miliardi di euro, in crescita di circa il 74% negli ultimi vent’anni.
La voce più pesante è l’IMU, che sulle seconde case, gli immobili di lusso, i capannoni, i negozi e i terreni edificabili vale circa 23 miliardi l’anno, quasi metà del totale, destinati in larga parte ai Comuni. Seguono l’imposta di bollo su conti correnti, depositi e prodotti finanziari (circa 8,9 miliardi), il bollo auto (7,5 miliardi), l’imposta di registro su compravendite e affitti (6,1 miliardi), oltre a IVIE e IVAFE su immobili e attività finanziarie detenute all’estero e alle imposte di successione e donazione.
È l’argomento che lo stesso Bagnai sintetizza a Money Talks: «Ce ne sono già tantissime di imposte sulla proprietà». La domanda vera, semmai, è se questo mosaico di micro-patrimoniali (he colpisce in modo piatto piccoli e grandi risparmiatori) sia più o meno equo di un’imposta unica e progressiva.
Le proposte sul tavolo: da «1% Equo» alla patrimoniale europea
Sul fronte opposto, i sostenitori di una patrimoniale generale rispondono proprio su questo terreno. La proposta «1% Equo», depositata in Cassazione a maggio e sostenuta da economisti, giuristi e sinistra extraparlamentare, prevede un’imposta progressiva sui patrimoni netti oltre i 2 milioni di euro (l’1% più ricco della popolazione) con un gettito stimato dai promotori tra i 26 e i 60 miliardi e un meccanismo di credito d’imposta per scomputare quanto già versato con IMU, bolli, IVIE e IVAFE. La raccolta firme ha già raggiunto quota 50.000.
Su una linea simile si era mossa la CGIL di Maurizio Landini, con l’ipotesi di un contributo sui patrimoni sopra i 2 milioni, prima casa esclusa. Diversa la posizione del Pd: Schlein si è detta favorevole a un intervento sui grandi patrimoni, ma «a livello europeo» e rivolto ai miliardari, escludendo una nuova imposta nazionale dal programma. Una prudenza che conferma quanto il tema resti elettoralmente scivoloso - «paga elettoralmente», riconosce lo stesso Bagnai - ma difficile da tradurre nella pratica.
Chi pagherebbe davvero?
Alla fine, il confronto si gioca tutto su due incognite. La prima è la platea. Con soglie a 2 milioni di patrimonio netto, i contribuenti coinvolti sarebbero secondo le stime tra i 200.000 e i 500.000, ben lontani dal proprietario della singola «casa a Roma» evocato da Bagnai, ma molto dipende da come verrebbero valutati immobili, partecipazioni e attività finanziarie. La seconda è l’elusione tra trust, holding, trasferimenti di residenza fiscale. È l’obiezione classica a ogni patrimoniale, che i promotori contano di arginare con l’imponibile mondiale per i residenti e regole anti-elusive, e che gli scettici, Bagnai in testa, considerano invece insormontabile.
Quel che è certo è che il dibattito accompagnerà la campagna elettorale verso il 2027. E che, comunque la si pensi, la fotografia di partenza rimane quella di un’Italia con già una patrimoniale diffusa, che vale oltre 50 miliardi l’anno e che viene pagata, spesso senza saperlo, da quasi tutti i contribuenti.