Il vero danno di Trump al dollaro non è sul cambio. Il legame che preoccupa i mercati

Redazione Money Premium

12/02/2026

Il dollaro rischia di perdere la sua arma più efficace? Ecco cosa sta davvero cambiando.

Il vero danno di Trump al dollaro non è sul cambio. Il legame che preoccupa i mercati

L’ultimo ritorno di fiamma dell’imperialismo a stelle e strisce firmato Donald Trump non sembra piacere ai mercati valutari.

Il dollaro ha perso terreno rispetto alle principali valute dopo che il presidente statunitense ha evocato l’ipotesi di assumere il controllo della Groenlandia, e ha continuato a indebolirsi anche dopo il successivo dietrofront. Il punto, però, non è che le tensioni geopolitiche possano davvero spodestare il dollaro come valuta dominante globale, quanto piuttosto che possano erodere uno dei suoi principali vantaggi: il potere di sorveglianza finanziaria e di imposizione delle sanzioni.

Dalla fine del 2024, il biglietto verde ha perso circa il 13% contro l’euro. Molti attribuiscono questo calo ai dazi del cosiddetto “Liberation Day” annunciati da Trump nell’aprile dell’anno precedente. Tuttavia, la discesa era iniziata già due mesi prima, poco dopo che il vicepresidente JD Vance aveva lasciato intendere un ridimensionamento dell’impegno di Washington nella difesa dell’Europa. I mercati sembrano quindi collegare una politica estera più ripiegata su sé stessa a un possibile indebolimento del ruolo internazionale del dollaro: se la “polizia del mondo” arretra, anche l’uso globale della sua moneta potrebbe ridursi.

Una versione più estrema di questo timore, emersa durante la crisi diplomatica sulla Groenlandia in una nota di ricerca della Deutsche Bank, ipotizzava che l’Europa potesse iniziare a liquidare parte dei suoi circa 14.000 miliardi di dollari di attività finanziarie statunitensi. Uno scenario che appare, al momento, poco realistico.

Sostituire il dollaro su larga scala è estremamente difficile. Anche se Cina o Eurozona dovessero eguagliare gli Stati Uniti in termini di PIL, resterebbero differenze cruciali: l’apertura finanziaria americana, le tutele giuridiche e soprattutto l’esistenza di un unico grande mercato di titoli sicuri, i Treasury, contro il mercato obbligazionario europeo frammentato tra diversi emittenti sovrani.

Nonostante alcuni tentativi di diversificazione da parte delle banche centrali, il 57% delle riserve ufficiali mondiali è ancora detenuto in dollari. Ancora più rilevante è il lato delle passività: il 49% dei prestiti transfrontalieri e il 46% delle obbligazioni internazionali sono denominati in dollari. La valuta statunitense compare nell’89% delle transazioni sul mercato dei cambi e, in media, nel 62% delle fatture per le esportazioni globali.

Questi dati, provenienti dalla Bank for International Settlements e dal Fondo Monetario Internazionale, sono rimasti sorprendentemente stabili almeno dal 1999. Ed è proprio questa infrastruttura globale a fornire a Washington una leva di potere decisiva: poiché molti pagamenti passano attraverso conti di corrispondenza a New York, il Tesoro statunitense può monitorare i flussi e bloccare transazioni legate, ad esempio, a entità nordcoreane, istituzioni venezuelane o reti collegate a Hezbollah. È così che sono state applicate sanzioni severe contro l’Iran nel 2012 e contro la Russia nel 2022.

Inoltre, poiché le banche dei Paesi alleati sono esposte agli stessi canali finanziari, questi Stati sono di fatto costretti a collaborare. Nel 2014, le autorità americane inflissero a BNP Paribas una multa da 9 miliardi di dollari per violazioni delle sanzioni su Sudan, Cuba e Iran.

Questa dinamica richiama la teoria dell’economista tedesco Georg Friedrich Knapp, che già nel 1905 sosteneva che il valore di una moneta deriva dalla capacità dello Stato di riscuotere tasse e multe. A livello internazionale, gli Stati Uniti applicano una versione estesa di questo principio tramite le sanzioni, sostenute dalla loro superiorità militare.

Non è un caso che la quota di dollari ed euro nelle riserve mondiali rispecchi approssimativamente la quota di spesa militare di governi statunitense ed europei dal 1971, secondo il database del SIPRI. Un esempio esplicito di questo legame fu l’accordo del 1974 tra Stati Uniti e Arabia Saudita, che prevedeva protezione militare americana in cambio dell’investimento dei proventi petroliferi sauditi nel debito pubblico statunitense.

Oggi, però, per molti Paesi – soprattutto in Europa – gli Stati Uniti non sono più percepiti come un garante affidabile della sicurezza. In questo senso, la teoria di Knapp potrebbe iniziare a funzionare al contrario: una garanzia militare meno credibile riduce l’incentivo marginale a usare il dollaro. Come ha osservato il primo ministro canadese Mark Carney al World Economic Forum, l’uso delle “infrastrutture finanziarie come strumento di coercizione” spinge gli Stati a cercare maggiore autonomia.

Per gli Stati Uniti, il rischio non è tanto la perdita di vantaggi finanziari diretti, che in realtà sono più limitati di quanto spesso si creda, al di là dei profitti delle banche nell’intermediazione dei pagamenti internazionali. Si cita spesso la possibilità per il governo americano di indebitarsi a costi inferiori, ma questo effetto potrebbe essere in parte distorto dalle strategie fiscali delle multinazionali.

Anche il ruolo della Federal Reserve come prestatore globale di ultima istanza è ambivalente: se da un lato ha protetto il sistema finanziario statunitense nelle crisi del 2008 e del 2020, dall’altro ha costretto la banca centrale a fornire dollari anche a Paesi stranieri per evitare ricadute sull’economia domestica.

Allo stesso tempo, gli effetti negativi della dominanza del dollaro sono spesso sopravvalutati. Il cosiddetto “onere esorbitante”, che secondo Stephen Miran della Fed e il professor Michael Pettis dell’Università di Pechino renderebbe meno competitive le esportazioni americane, non trova piena conferma storica: negli anni ’70, nei primi ’90 e a metà anni 2000 il dollaro globale ha convissuto con un cambio relativamente debole.

La supremazia del dollaro resta quindi un riflesso della forza militare, finanziaria ed economica degli Stati Uniti. Nulla di tutto ciò è seriamente compromesso dalle tensioni di Trump con gli alleati della NATO. Tuttavia, come osserva Elliot Hentov di State Street Investment Management, le transazioni possono spostarsi gradualmente verso reti più localizzate senza ridurre drasticamente lo stock globale di attività e passività in dollari.

La Cina lo sta già facendo, regolando parte del commercio bilaterale in yuan o valute locali pur mantenendo grandi riserve di titoli del Tesoro USA. L’India ha introdotto conti “vostro” in rupie per pagare importazioni come il petrolio russo. L’Europa ha tentato, seppur con scarso entusiasmo, un meccanismo simile tra il 2019 e il 2023 con INSTEX, una struttura pensata per commerciare con l’Iran evitando le sanzioni americane.

Se Germania, Regno Unito e Francia assumeranno maggiore responsabilità per la propria sicurezza, è plausibile che riprendano iniziative di questo tipo. In definitiva, se il “Re Dollaro” governa solo attraverso il timore, rischia di perdere proprio ciò che ha trasformato la sua forza in vero potere: la cooperazione, anche forzata, del resto del mondo.