Il silenzio-assenso sul TFR può valere decine di migliaia di euro sulla tua pensione futura. Ecco come funziona e (perché molti lavoratori lo ignorano).
Milioni di lavoratori italiani fanno una scelta importantissima senza neanche rendersene conto. O meglio: non la fanno affatto, e per questo viene fatta al posto loro. Si chiama silenzio-assenso, riguarda il TFR (Trattamento di Fine Rapporto), la cosiddetta “liquidazione” e può valere decine di migliaia di euro al momento della pensione.
Non è un trucco nel senso furbo del termine. Non c’è nulla di illegale, nessuna scatola nera, nessun esperto di finanza da pagare. È semplicemente una norma che esiste dal 2007 (D.Lgs. 252/2005, attuato dalla Legge 296/2006), che quasi nessuno spiega davvero ai lavoratori, e che la maggior parte delle persone ignora completamente fino a quando non è troppo tardi per recuperare.
Cos’è il silenzio-assenso e come funziona
Quando si inizia un nuovo lavoro, il datore di lavoro è obbligato a informare il dipendente su dove verrà destinato il TFR che matura ogni anno. Le opzioni sono due: tenerlo in azienda oppure versarlo in un fondo di previdenza complementare.
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Il lavoratore ha sei mesi di tempo (60 giorni per gli assunti dal 1° luglio 2026) per comunicare la propria scelta. Se non dice nulla - e la stragrande maggioranza delle persone non dice nulla, per distrazione, per mancanza di informazioni o perché semplicemente nessuno gliene ha mai parlato - scatta il silenzio-assenso e il TFR viene automaticamente versato nel fondo pensione di categoria, quello previsto dal contratto collettivo nazionale applicato.
La scelta di aderire alla previdenza complementare è irrevocabile, mentre quella di lasciare il TFR in azienda può in ogni momento essere modificata. In pratica, se si decide di lasciarlo inizialmente in azienda, si può comunque aderire in un secondo momento a strumenti di previdenza integrativa, compilando il modulo TFR2 e consegnandolo al proprio datore di lavoro. Il TFR già accumulato in azienda, però, resta lì. Si può agire solo su quello futuro.
Il TFR in azienda sembra la scelta più sicura (ma non lo è)
Tenere il TFR in azienda sembra la cosa più naturale del mondo. I soldi restano “lì”, al sicuro, e te li ritrovi quando smetti di lavorare. È la scelta che fanno, o che lasciano fare per inerzia, la maggior parte dei lavoratori italiani, soprattutto quelli nelle piccole imprese.
Il problema è il rendimento. Il TFR lasciato in azienda si rivaluta ogni anno di una quota fissa dell’1,5% più il 75% dell’inflazione ISTAT. Negli anni di inflazione bassa, i rendimenti reali sono stati quindi vicini allo zero o addirittura negativi. Negli anni di inflazione alta, come il 2022 e il 2023, “qualcosa” è arrivato, ma comunque meno di quanto abbiano reso i mercati finanziari nello stesso periodo.
C’è poi un altro aspetto che in pochi considerano. Il TFR lasciato in azienda è soggetto a una tassazione separata al momento dell’erogazione, calcolata su un’aliquota media degli ultimi cinque anni di reddito. Può sembrare un dettaglio, ma su cifre importanti fa una certa differenza. Fidatevi.
I rendimenti del TFR nel fondo pensione
I fondi di categoria - quelli negoziali, legati al contratto collettivo - sono storicamente tra gli strumenti più efficienti disponibili ai lavoratori italiani, con costi di gestione molto bassi e rendimenti che nel lungo periodo hanno quasi sempre battuto il TFR lasciato in azienda.
I dati della COVIP, l’autorità di vigilanza sui fondi pensione, parlano chiaro: su un orizzonte di 20 anni i fondi negoziali hanno reso mediamente tra il 3% e il 4% annuo netto, contro l’1,8-2% del TFR in azienda nello stesso periodo.
Facciamo un esempio concreto. Un lavoratore con uno stipendio di 30.000 euro lordi annui accumula circa 1.730 euro di TFR ogni anno. Su 30 anni di carriera, sulla base dello storico dei rendimenti, abbiamo:
- capitale finale intorno a 65.000-70.000 euro con il TFR in azienda
- capitale finale intorno a 85.000-95.000 euro con il TFR in un fondo pensione bilanciato.
La differenza, tra i 15.000 e i 25.000 euro, è data dall’interesse composto applicato su rendimenti più alti per un tempo lungo.
I vantaggi fiscali che in pochi conoscono
C’è un ulteriore elemento che rende il fondo pensione ancora più conveniente rispetto al TFR lasciato in azienda, ed è in realtà un insieme di vantaggi fiscali che si sommano tra loro.
Partiamo dalla deducibilità dei versamenti volontari. Ogni anno, i contributi versati al fondo pensione - al di là del TFR, che ci finisce automaticamente - sono deducibili dal reddito imponibile fino a un massimale che dal 2026 è salito a 5.300 euro annui (erano 5.164,57 euro fino al 2025).
C’è poi il contributo del datore di lavoro. Aderendo al fondo pensione di categoria, nella maggior parte dei contratti collettivi il datore di lavoro è obbligato a versare una quota aggiuntiva sul fondo del dipendente, indipendentemente da quanto versi il lavoratore stesso. Si tratta in genere di una percentuale della retribuzione che varia a seconda del CCNL applicato, ma che in molti contratti si aggira tra l’1% e il 2% della retribuzione annua lorda, soldi che il datore non sarebbe tenuto a versare se il TFR restasse in azienda.
Quando si va in pensione e si riscatta il fondo, la parte corrispondente ai versamenti del TFR viene tassata con un’aliquota che parte dal 15% e scende fino al 9% per chi ha almeno 35 anni di partecipazione al fondo. Un’aliquota sistematicamente più bassa rispetto a quella applicata sul TFR in azienda, che per molti lavoratori si attesta tra il 23% e il 27%.
In soldoni, il fondo pensione tende a rendere di più, al momento del prelievo si paga meno allo Stato e nel frattempo si deduce parte dei versamenti ogni anno. Un risparmio attivo per tutta la durata della carriera.
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