Samuel Huntington, in un famoso saggio accademico pubblicato nel 1993 su Foreign Affairs, “The Clash of Civilizations?”, propose una delle teorie più discusse del dopoguerra: dopo la Guerra Fredda, i principali conflitti globali sarebbero sorti non tra Stati o ideologie, ma tra grandi civiltà culturali.
Nella sua analisi, la collocazione di Israele nell’Occidente, sbandierata dai sionisti, cristiani e non, come un dato incontrovertibile, non era da considerarsi del tutto scontata. Non era una provocazione, ma un’analisi geopolitica fondata su un criterio chiaro: la civiltà occidentale è un prodotto storico del cristianesimo latino, dell’Illuminismo, della Riforma, del diritto romano e della separazione tra potere temporale e spirituale. Israele condivide alcuni di questi tratti – la democrazia parlamentare, l’economia di mercato, l’alleanza militare con gli Stati Uniti – ma ne rifiuta il fondamento religioso-culturale più profondo: il cristianesimo come matrice identitaria.
E qui sta il primo nodo. Per decenni, la propaganda israeliana e i suoi sostenitori occidentali hanno rovesciato questa analisi in una narrazione opposta: Israele sarebbe né più né meno che la punta di lancia più avanzata dell’Occidente medesimo. L’Europa, stanca, demograficamente in declino, moralmente relativista, avrebbe abdicato al proprio ruolo storico, lasciando a Israele il compito di combattere “la nostra battaglia” contro il terrorismo, l’oscurantismo e la barbarie a cui sarebbe relegato l’intero mondo musulmano. Quante volte abbiamo sentito dire: “Israele difende anche noi, i nostri valori, la nostra civiltà”?
La retorica del “combattono anche per noi”
Questa retorica ha una funzione precisa: spostare il baricentro dell’identità occidentale da un patrimonio culturale e religioso condiviso a una semplice alleanza militare ed economica. Secondo questa logica, sarebbe “occidentale” chiunque combatta i nemici dell’Occidente, indipendentemente da quanto quei nemici vengano definiti in modo vago e strumentale. Ma così facendo si opera una sostituzione inquietante: l’Occidente non è più ciò che si è, ma ciò che si combatte. Non una civiltà con valori e simboli propri, ma una coalizione di fuoco contro un presunto “nemico assoluto”.
A far cascare il palco, tuttavia, sono talvolta semplici eventi di cronaca, di dimensioni circoscritte ma di enorme valore simbolico.
Il gesto del soldato israeliano in Libano
Un soldato dell’esercito israeliano, durante le operazioni in Libano, entra in un luogo di culto cristiano e demolisce a colpi di martello un crocifisso. Non è un’ipotesi, non è una ricostruzione ostile: il fatto è stato documentato, ripreso da molteplici fonti, ammesso – sia pure minimizzandolo come “atto individuale” – dallo stesso Netanyahu. Un crocifisso in frantumi. Un simbolo spezzato.
Ora, proviamo a fare un esercizio mentale. Quale soldato americano, italiano, francese, tedesco, spagnolo o polacco – cioè di un paese la cui identità nazionale è stata plasmata per secoli dal cristianesimo – avrebbe potuto compiere un gesto simile? Non dico in modo sistematico, dico anche solo come episodio isolato. La risposta è: molto probabilmente nessuno. Perché quel soldato, anche se ateo o laico, crescerebbe in una cultura in cui il crocifisso non è solo un “simbolo religioso” tra tanti, ma il segno visibile della propria tradizione, della propria arte, della propria letteratura, delle proprie guerre di religione, delle proprie paci, delle proprie contraddizioni. Distruggerlo equivarrebbe a un atto di auto-dichiarata estraneità. Sarebbe percepito come un gesto da nemico interno, non da eroe.
Il paradosso del talebano che rispetta Gesù
E qui il paradosso si fa ancora più stridente. Un talebano – per quanto violento e integralista – è quasi altrettanto improbabile che distrugga un crocifisso, e questo per il semplice fatto che l’Islam considera Gesù un profeta, lo venera come “Isa ibn Maryam”, e ne rispetta la figura. Lo stesso Corano dedica a Maria e a Gesù intere sure. Un talebano può uccidere cristiani, ma difficilmente calpesterebbe un crocifisso con la stessa leggerezza con cui lo ha fatto un soldato israeliano. Non per tolleranza, ma per una forma di rispetto religioso che – paradossalmente – l’esercito di uno Stato che si proclama “baluardo dell’Occidente” non ha mostrato.
Questo non è un paradosso solo formale: è una spia che rivela una verità scomoda. La non completa identificazione di Israele nell’Occidente, in momenti di conflitto, può diventare una voragine. Perché l’Occidente, anche nei suoi errori e nelle sue guerre coloniali, ha sempre considerato il crocifisso come un suo simbolo. Calpestarlo significa calpestare se stessi. E il soldato israeliano, calpestandolo, mostra che quel simbolo non lo riguarda, o che addirittura è percepito come profondamente ostile.
Smontare una tesi senza fondamento
Attenzione: questo non equivale a dire che in Israele siano “barbari”, ma semplicemente che la tesi secondo cui Israele combatte “al posto nostro” la battaglia dell’Occidente contro la barbarie islamica è senza fondamento. Se quella tesi fosse vera, un soldato israeliano non oserebbe distruggere ciò che per noi è sacro. E invece lo fa, eccome, e in un contesto in cui l’esercito è presente, i comandi esistono, la catena di responsabilità funziona. E poi la leadership politica minimizza, non condanna con la forza che richiederebbe un simile atto di profanazione (o almeno vedremo quali provvedimenti verranno presi a breve nei confronti del soldato, che per altro è stato identificato).
La menzogna dell’avanguardia
Allora la conclusione è obbligata: Israele non combatte per il nostro mondo. Combatte per sé stesso, per i propri confini, per la propria sicurezza, per le proprie narrazioni identitarie. E nel farlo, può capitare che calpesti – a volte letteralmente – ciò che noi consideriamo il fondamento simbolico della nostra civiltà. Non è un giudizio morale: è un fatto. Retorica a parte, il crocifisso massacrato a colpi di martello in Libano è l’immagine perfetta di una distanza forse incolmabile.