Ridurre – o addirittura eliminare – il deficit commerciale degli Stati Uniti è un obiettivo storico quanto controverso. È il cuore della politica economica di Donald Trump, che interpreta lo squilibrio commerciale americano come il frutto di decenni di sfruttamento da parte di partner internazionali sleali. Un’opinione che ha condotto l’ex presidente a proporre dazi, restrizioni commerciali e, oggi, a scommettere apertamente su un dollaro debole.
Ma quanto dovrebbe davvero svalutarsi il dollaro affinché il deficit si riduca in modo significativo? E soprattutto, è questa una strada percorribile senza generare nuove instabilità globali?
Stephen Miran, presidente del Council of Economic Advisers e figura chiave nella definizione della politica commerciale di Trump, ha recentemente pubblicato uno studio intitolato A User’s Guide to Restructuring the Global Trading System. In esso sostiene che il dollaro è «persistentemente sopravvalutato» dal punto di vista commerciale, e propone “dazi generalizzati e l’abbandono della politica del dollaro forte” come strumenti per riequilibrare la bilancia dei pagamenti.
La logica è semplice: un dollaro più debole rende le esportazioni americane più competitive, riduce le importazioni rendendole più costose e aiuta così a chiudere il deficit commerciale, che nel 2024 ha raggiunto i 918 miliardi di dollari, pari al 3,1% del PIL.
Tuttavia, i dati storici mettono in dubbio l’efficacia di questa strategia. Durante il primo mandato di Trump, il dollaro si è deprezzato del 15% rispetto a un paniere di valute, ma il deficit commerciale non si è mosso significativamente, rimanendo stabile tra il 2,5% e il 3% del PIL.
Due casi storici sono spesso citati come esempi di svalutazioni efficaci: il primo è la conseguenza del Plaza Accord del 1985, in cui le principali economie mondiali si accordarono per indebolire il dollaro statunitense, che aveva raggiunto livelli record. Nei tre anni successivi, il biglietto verde perse circa il 50% del suo valore e, in quel periodo, il deficit commerciale si ridusse notevolmente.
Il secondo episodio rilevante si verifica tra il 2002 e il 2008, con una svalutazione del 40%. Tuttavia, questa volta il deficit continuò ad aumentare fino al 6% del PIL, raggiungendo il suo massimo storico. Solo la crisi finanziaria del 2008 – e la conseguente recessione – portarono a un calo delle importazioni che chiuse parzialmente la forbice.
Ridurre il deficit commerciale senza passare per una recessione si è dimostrato, finora, un traguardo quasi irraggiungibile. Gli unici anni in cui gli Stati Uniti hanno registrato un piccolo surplus commerciale (come nel terzo trimestre del 1980 o brevemente nel 1991-92) coincidono con periodi di rallentamento o contrazione economica.
L’insaziabile domanda interna americana – alimentata da consumatori forti e da un mercato finanziario attrattivo – spinge le importazioni verso l’alto. Al tempo stesso, il costante afflusso di capitali dall’estero, attratti dalla stabilità e dal rendimento degli asset americani, rafforza il dollaro, rendendo difficile indebolirlo in modo duraturo senza scatenare effetti collaterali.
Una svalutazione tra il 20% e il 25% nei prossimi due anni potrebbe far “sparire” il deficit commerciale.
In termini reali, questo significherebbe annullare circa il 40% di apprezzamento reale del dollaro accumulato dal 2010 ad oggi. Ma è realistico pensare che un tale crollo possa avvenire senza scatenare panico sui mercati globali, fuga di capitali o aumento dell’inflazione?
Il dollaro è da sempre un’àncora del sistema finanziario globale, valuta di riserva e mezzo di scambio nei commerci internazionali. Una sua svalutazione troppo rapida e marcata potrebbe danneggiare le economie emergenti indebitate in dollari, aumentare il costo delle materie prime e alimentare l’inflazione globale, in un momento in cui le banche centrali stanno cercando di domarla.
Inoltre, la perdita di fiducia nel dollaro potrebbe indebolire la posizione degli Stati Uniti nel sistema monetario internazionale, già messa alla prova dalla crescente concorrenza di altre potenze economiche come la Cina.
Il desiderio della Casa Bianca di riequilibrare i conti commerciali attraverso un dollaro debole è comprensibile e, in teoria, fondato. Tuttavia, la realtà è più complessa: i precedenti storici dimostrano che il tasso di cambio da solo non è sufficiente. Serve un profondo mutamento nella struttura economica americana: meno consumo, più risparmio, maggiori investimenti in produzione interna.
Senza questi cambiamenti, ogni svalutazione rischia di essere un fuoco di paglia. E se il costo per riequilibrare il deficit commerciale è una recessione, bisogna chiedersi se ne valga davvero la pena.
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