«Il Popolo europeo non esiste», Ryszard Legutko gela l’aula del Parlamento europeo

Dimitri Stagnitto

28/11/2022

L’europarlamentare polacco Ryszard Legutko, membro del gruppo «Conservatori e Riformisti», ha lanciato un duro attacco all’istituzione di cui fa parte dal 2009, gelando l’aula

«Il Popolo europeo non esiste», Ryszard Legutko gela l’aula del Parlamento europeo

«Non esiste alcun popolo europeo e l’Europarlamento ha fatto molti danni in Europa», questa è «l’amara verità» che Ryszard Legutko, europarlamentare polacco dal 2009, ha esposto in un intervento di pochi minuti la scorsa settimana (qui il video con sottotitoli in italiano).

Legutko non è nuovo a questo tipo di interventi che hanno l’effetto di gelare l’aula raccogliendo mormorii di disapprovazione e risolini da una parte e applausi più o meno timidi dall’altra. Qui un intervento di 4 anni fa.

La tesi di Legutko appare tutt’altro che infondata e nel discorso del 2022 è arrivato a esprimerla in modo più preciso, asciutto e compiuto rispetto a quattro anni fa: all’Europarlamento manca un elemento essenziale che dovrebbe essere proprio di un’istituzione democratica, l’accountability, ovvero la responsabilità diretta verso gli elettori.

Non esistendo un popolo europeo ( e mai esisterà secondo Legutko) siamo nella situazione paradossale per cui gruppi di parlamentari eletti in Germania, Spagna o Francia si mettono nella posizione di andare a dibattere e decidere su come dovrebbero comportarsi e regolarsi altri popoli (cita il caso dell’Ungheria) senza avere una responsabilità diretta rispetto a quegli elettori.

L’Europarlamentare polacco accusa «la Sinistra» di aver di fatto preso possesso, politicamente e ideologicamente, delle istituzioni europee finendo per «contagiare anche la Commissione Europea», organo che, ricordiamo, ha poteri effettivi superiori al Parlamento europeo (e ancor meno accountability, a dire il vero).

Il fenomeno è certamente reale ed è un fatto come la società occidentale nel suo complesso, a partire dagli USA che ne sono il fulcro, sia ormai spaccata in due tra frange di popolazione che è difficile definire in modo univoco (destra e sinistra? Progressisti e conservatori?) ma che sicuramente sono polarizzate e non più capaci di costruire una dialettica civile che è poi la base del processo democratico.

In questo senso è molto pertinente e ben centrato il commento di Legutko:

«Non importa quanto possiate ripetere la parola diversità, la diversità sta diventando una specie estinta in Europa e in particolare in questa Camera».

Parole in grado di evidenziare al contempo sia l’aspetto ipocrita del pensiero progressista moderno, sia l’evidenza di un processo di costruzione di un’egemonia culturale, per dirla con Gramsci, che è ormai in fase avanzata e vede le fasce di popolazione che non condividono questo sistema di pensiero e orientamento letteralmente messe all’angolo.

Dopo due anni in cui un certo tipo di egemonia ha raggiunto derive che sono parse a molti eccessive e financo distopiche (la gestione della pandemia e delle norme di comunicazione ad essa collegate, fortemente censorie, ne sono la dimostrazione più lampante ma sono state solo la parte più evidente del fenomeno) sembra che stiamo vivendo un momento di allentamento della presa ma certamente non ancora a un cambio di paradigma.

Basti pensare a come la Presidente Meloni, pur forte di un ampio consenso popolare ottenuto proprio con il ruolo di opposizione all’ultimo governo, si trovi spesso a dover moderare le proprie posizioni fino a snaturarle per poter avere «credibilità», come lei stessa esplicita senza cogliere nessun tipo di stridore rispetto al concetto democratico per cui, l’accountability, la si deve solo agli elettori.

È difficile immaginare quale sarà il futuro, certamente il processo di egemonizzazione non ha ottenuto una vittoria completa e quindi l’equilibrio attuale non può essere che precario. In futuro potremmo andare verso un ulteriore allentamento della tensione ideologica e politica tra le fazioni (ed è lo scenario da augurarsi e per cui lavorare) o, più probabilmente, la tensione tornerà a salire e ci sarà a un certo punto un momento di redde rationem.

Certamente fa piacere che, pur tra i mormorii, risolini e mascelle cadute a pavimento, discorsi come quello di Ryszard Legutko siano ancora possibili e possano alla lunga essere una base di partenza per un confronto.

Che poi sia un Polacco a fare questi discorsi, molto simili a quelli pronunciati da Farage nella stessa aula, è un’interessante coincidenza nel momento in cui tanto il Regno Unito quanto la Polonia sono state ammesse in Europa pur avendo mantenuto la loro valuta (lo Zloty nel caso della Polonia). E se l’UK ha fatto la Brexit la Polonia rimane felicemente, per ora, all’interno dell’Unione essendone storicamente una beneficiaria netta sia in termini di contributi europei diretti sia per il vantaggio competitivo di poter lavorare sul mercato europeo senza barriere doganali ma con il vantaggio di un cambio svalutabile all’occorrenza.

A quanto pare l’autonomia monetaria porta con sé anche la possibilità di una maggiore indipendenza a livello di pensiero a livello politico. Altro materiale su cui, forse, sarà un giorno il caso di tornare a riflettere.