Il partito unico del denaro. Perché Repubblicani e Democratici fanno esattamente le stesse cose?

Rob Piccoli

2 Maggio 2026 - 12:25

Mentre l’AI sta per distruggere metà dei posti di lavoro qualificati, Washington regolarizza centinaia di migliaia di immigrati. La grande delusione MAGA.

Il partito unico del denaro. Perché Repubblicani e Democratici fanno esattamente le stesse cose?

C’è una scena che difficilmente chi ne è stato testimone può dimenticare: era l’ottobre del 2024, comizio di Trump al Madison Square Garden, e tra il pubblico sventolavano cartelli con scritto «Mass Deportations Now».

Sembrava l’inizio di una nuova era. Un anno e mezzo dopo, quei cartelli sono scomparsi. Al loro posto: nuovi visti H-1B (permessi di lavoro temporaneo per tecnici stranieri, soprattutto indiani) e 350mila cittadini haitiani – entrati in gran parte illegalmente negli Stati Uniti – hanno ottenuto una nuova estensione del «Temporary Protected Status» (TPS), che li rende di fatto regolari e autorizzati a lavorare.

A votare per questa estensione, insieme ai democratici, sono stati 10 deputati repubblicani. Per i critici, è la prova che il partito di Trump ha tradito la promessa delle «deportazioni di massa». Il tutto mentre l’intelligenza artificiale, secondo le stesse aziende tech, cancellerà entro pochi anni metà degli attuali posti di lavoro qualificati negli Stati Uniti.

Come si spiega un tradimento così palese degli elettori che avevano chiesto deportazioni di massa e chiusura delle frontiere?
La risposta, per certi versi agghiacciante, arriva da chi quella scena l’ha vissuta dall’interno per cinque anni: Marjorie Taylor Greene, da pochi mesi fuori dal Congresso. E la sua diagnosi non lascia spazio a mezze misure.

Il partito unico del denaro

«Abbiamo un partito repubblicano completamente inutile, venduto al 100% a un paese straniero e alla sua lobby», dice MTG in una conversazione a cuore aperto con l’amico Tucker Carlson. «Ed è per questo che sta succedendo ogni sorta di insensatezza. Ecco perché nulla ha più senso».

L’accusa è pesante. Ma Greene non si ferma alle chiacchiere da talk show: indica il meccanismo concreto. Non si tratta di ideologia, né di destra o sinistra. Si tratta di una partita a tre: donatori, lobbisti, politici. Il resto – guerre, immigrazione, censura, transizione di genere dei minori – sono solo la conseguenza.
«Chi tiene i cordoni della borsa detiene il potere su questi eletti», spiega. E i cordoni, a Washington, sono in mano a pochi attori ben identificati: il complesso militare-industriale, le grandi case farmaceutiche, le big tech e, soprattutto, le lobby filo-israeliane come l’AIPAC.

Il paradosso che nessuno vuole vedere

Il punto che rende la situazione paradossale – quasi kafkiana – è questo: gli stessi repubblicani che vogliono Israele come Stato etnico (ebraico) sono quelli che impediscono agli Stati Uniti di mantenere la propria identità demografica. Gli stessi che votano per estendere il TPS a centinaia di migliaia di haitiani entrati illegalmente sono quelli che in aula tuonano contro il «razzismo» di chi chiede il rispetto delle leggi.
Carlson lo riassume così: «Vogliono che Israele resti un etnostato, ma il loro incubo più grande è che l’America diventi un etnostato». Una contraddizione logica che, secondo Greene, ha una spiegazione semplice ma inquietante: il disprezzo attivo per gli americani comuni.

A un certo punto Carlson recupera un video del 2017 di Bill Kristol, guru neocon, che definiva gli americani della working class «decadenti, pigri, viziati» – gente che ormai si limita a «ritagliare coupon» per sopravvivere. La soluzione di Kristol? Sostituirli con nuovi immigrati più affamati e docili.

Il patto di Trump

La constatazione che fa più male al popolo MAGA riguarda Donald Trump. Per anni i suoi elettori hanno creduto che fosse lui il baluardo contro questo sistema. E invece, dice Greene, Trump ha dovuto fare un patto.
«Per diventare presidente degli Stati Uniti, bisogna fare degli accordi. Altrimenti non ti è permesso avere quel potere. Credo che Trump abbia dovuto fare un patto del genere per diventare presidente. Ed è per questo che la gente vede il cambiamento drastico in lui».

Un patto con chi? Con i donatori filo-israeliani e con l’establishment neocon che fino al giorno prima lo detestava. Il risultato? I Mike Lawler e i Don Bacon – quelli che imitavano la voce di Trump per prenderlo in giro – ora sono i primi a essere invitati allo Studio Ovale. E Trump ha finito per abbracciare le stesse politiche che i suoi elettori gli avevano chiesto di distruggere.

Il caso Lawler: dallo scherno alla Casa Bianca

Mike Lawler è per MTG l’esempio perfetto del trasformismo bipartisan. «Mi prendeva in giro sul floor della Camera, mi imitava. Ora ha un cappello MAGA firmato da Trump e se ne vanta». Eppure Lawler, pochi mesi fa, ha votato contro il disegno di legge che rendeva la transizione chirurgica sui minori un reato grave. Il «Protect Children’s Innocence Act», promosso da Greene e sostenuto dal 70% degli americani, è passato solo grazie a tre democratici dissidenti. Quattro repubblicani hanno votato no. Tra loro, Lawler.

«Mike Lawler ha votato no perché – dice Greene – fondamentalmente vuole che i vostri figli diventino trans». Un’accusa forte, ma che al suo elettore medio suona come la prova definitiva che nessuno, neppure Trump, ha davvero rotto con il sistema.

La soluzione? Solo se i giovani si ribellano

Il quadro che ne esce è desolante. L’America è governata da una «uniparty» trasversale, finanziata dalle stesse lobby, che produce guerre e immigrazione di massa mentre ignora il crollo del lavoro per l’IA, l’epidemia di oppioidi e un debito pubblico a 40 trilioni di dollari.

Eppure Greene non si arrende. La sua soluzione è radicale: i cittadini devono votare solo candidati che rifiutino i grandi donatori. Niente soldi da AIPAC, niente fondi dal complesso militare. Solo piccole donazioni popolari. «Gli indipendenti sono oltre il 40% dell’elettorato – ricorda – e se si unissero a Millennials e Gen Z, potrebbero spazzare via questo sistema».
Consapevole che il cambiamento potrebbe richiedere tempo («forse i boomer devono passare oltre»), MTG chiude con una nota di speranza quasi mistica: il suo disegno di legge contro la transizione dei minori è passato quando nessuno ci credeva più. «È stato un miracolo. L’ho visto accadere con i miei occhi».

Ma i miracoli, nella politica americana, hanno vita breve. E’ lecito a questo punto domandarsi quanto gli elettori americani saranno ancora disposti a pagare – in tasse, guerre e perdita di sovranità – per un sistema che li disprezza apertamente. Le prossime midterm potrebbero dare una prima, dolorosa risposta.