Perché il prezzo dell’oro potrebbe esplodere con l’accordo USA-Iran

Tommaso Scarpellini

16 Giugno 2026 - 07:56

L’oro crolla con le guerre e rimbalza con la pace. Un meccanismo tecnico ribalta ogni certezza sul bene rifugio più amato. I numeri del 2026 raccontano qualcosa di inatteso.

Se l’oro è davvero il bene rifugio per eccellenza, perché ha perso oltre il 20% dai suoi massimi storici proprio mentre la guerra in Medio Oriente infiammava i mercati energetici e spingeva l’inflazione europea sopra il 3%? E se questo suona strano, allora faccio un’altra domanda: come mai è tornato ad apprezzarsi oggi che si parla finalmente di «fine del conflitto in Medio Oriente»?

Il comportamento del XAUUSD durante la crisi mediorientale del 2026 ha incrinato uno dei luoghi comuni più radicati nella cultura finanziaria degli investitori retail: l’idea che il metallo prezioso salga automaticamente quando scoppia un conflitto. La realtà si è rivelata più sottile e, in un certo senso, più istruttiva di qualunque manuale di finanza personale.

Quando la tensione intorno all’Iran ha raggiunto il picco, l’oro ha ceduto oltre un quinto del suo valore rispetto ai massimi storici di gennaio 2026. La spiegazione non chiama in causa una perdita di fiducia nel metallo, ma un meccanismo tecnico preciso che prende il nome di liquidazione forzata delle posizioni.

In un contesto di crisi energetica acuta, gli investitori esposti a classi di attività colpite duramente dagli shock petroliferi, tra cui i mercati azionari, le obbligazioni dei Paesi importatori di energia e le valute emergenti, si trovano costretti a reperire liquidità immediata. L’oro, essendo tra gli asset più liquidi e valorizzati al mondo, diventa il primo candidato alla vendita: non perché abbia perso valore intrinseco, ma perché è spesso l’unico strumento su cui si registra ancora un profitto sufficiente da monetizzare senza realizzare perdite significative su altri fronti.

C’è poi un secondo fattore che merita attenzione e che spesso viene trascurato: il costo opportunità di detenere oro in un contesto inflazionistico. Un conflitto alimenta l’inflazione, e l’inflazione di breve periodo spinge le banche centrali ad alzare i tassi di interesse. Tassi più alti significano rendimenti più elevati sui titoli di Stato, compresi i BTP italiani o i Treasury americani. Quando un investitore può ottenere un rendimento reale positivo parcheggiando la liquidità in strumenti obbligazionari, il costo implicito di tenere oro in portafoglio aumenta: il metallo non paga cedole, non distribuisce dividendi, non genera flussi di cassa. In termini tecnici, si dice che il suo costo opportunità cresce. Ogni punto percentuale guadagnato altrove senza rischio di mercato diventa un argomento contro l’allocazione in oro, spingendo al ribasso la domanda speculativa e di breve periodo sul metallo, anche quando le ragioni strutturali per detenerlo restano intatte.

Perché la pace potrebbe far esplodere i prezzi

Il vero paradosso emerge in questi giorni. Non appena Trump ha annunciato la cancellazione dei raid e l’avanzamento di un accordo diplomatico, il metallo ha reagito in modo opposto rispetto alla narrativa classica: è salito, e lo ha fatto con decisione.

Questo comportamento ha una logica rigorosa. Una stabilizzazione geopolitica in Medio Oriente rimuoverebbe quei due freni temporanei descritti sopra, la liquidazione forzata e la pressione sulle riserve dei Paesi energeticamente dipendenti, lasciando campo libero ai motori strutturali di lungo periodo che sostengono la domanda

I due motori strutturali che la crisi ha oscurato

Per comprendere perché la pace potrebbe liberare una spinta così potente sul metallo, occorre tornare a ciò che ha sorretto le quotazioni negli ultimi anni, indipendentemente dalle vicende geopolitiche contingenti.

Il primo motore è la diversificazione delle riserve da parte delle banche centrali. A partire dal 2022, quando le sanzioni occidentali alla Russia hanno dimostrato che le riserve in valuta straniera possono essere congelate per decisione politica, le istituzioni monetarie dei mercati emergenti, che controllano l’80% delle riserve valutarie mondiali, hanno avviato una redistribuzione sistemica dei propri asset. L’oro fisico sembrerebbe l’unico strumento di riserva privo di rischio di controparte: non può essere sequestrato, non dipende dalla solidità di uno Stato emittente terzo e non è soggetto a misure sanzionatorie. Questo cambio di prospettiva potrebbe rappresentare qualcosa di più di una risposta tattica a una crisi specifica.
Il paradosso di Wall Street. L’economia USA va troppo bene (e così il rischio aumenta)

Il secondo motore è la domanda retail. Nell’ultimo trimestre disponibile, gli acquisti privati di oro fisico, ETF auriferi, monete e lingotti avrebbero registrato una crescita di oltre il 40% su base annua. Questa accelerazione riflette una consapevolezza crescente, tra i risparmiatori di tutto il mondo, della fragilità strutturale delle finanze pubbliche. Come ha osservato Ray Dalio, gli Stati Uniti spenderebbero oggi circa $7.000 miliardi a fronte di entrate per $5.000 miliardi, un gap che costringe il Tesoro americano a immettere volumi crescenti di titoli sul mercato, alimentando pressioni al rialzo sui rendimenti e un ciclo inflazionistico che erode silenziosamente il potere d’acquisto dei risparmi nel tempo.

Perché è importante?

La vicenda dell’oro nel 2026 potrebbe offrire una lezione preziosa per chi si avvicina ai mercati con la logica del senso comune: i beni rifugio non si comportano sempre come ci si aspetta, e le fasi di apparente debolezza possono nascondere dinamiche strutturali più potenti di quanto un singolo dato di prezzo riesca a comunicare.

Il vero interrogativo che potrebbe valere la pena porsi non riguarda tanto il livello attuale delle quotazioni, quanto la natura di ciò che starebbe accadendo sotto la superficie: se gli acquisti delle banche centrali rappresentassero una risposta transitoria alle tensioni geopolitiche oppure l’inizio di una ridefinizione strutturale del sistema monetario globale, come sembrerebbe suggerire il sorpasso storico dell’oro sui Treasury nelle riserve mondiali, allora il calo dei mesi scorsi potrebbe essere letto in una luce molto diversa da come lo raccontano i titoli di giornale.