Il nuovo piano Stellantis? Tagli in UE e Italia ai margini. 60 miliardi di investimenti, quasi tutti in USA

Redazione Imprese

22 Maggio 2026 - 09:24

La strategia “Fastlane 2030” punta su Nord America e Sud America. In Europa prevista una riduzione della capacità produttiva, mentre per l’Italia restano poche certezze e molti interrogativi.

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Stellantis guarda sempre più agli Stati Uniti. Il piano industriale “Fastlane 2030”, presentato dal CEO Antonio Filosa, prevede investimenti complessivi per 60 miliardi di euro e il lancio di 60 nuovi modelli entro la fine del decennio, ma la maggior parte delle risorse sarà destinata ai mercati più redditizi, in particolare Nord America e Sud America. Per l’Europa, invece, il gruppo prepara una cura dimagrante che rischia di ridimensionare ulteriormente il peso industriale del continente e soprattutto dell’Italia.

Il piano stabilisce infatti una distinzione netta tra marchi “globali” e brand considerati “regionali” o di nicchia. Jeep, Fiat, Peugeot e Ram saranno i pilastri internazionali della strategia, mentre marchi storici come Alfa Romeo, Lancia, DS e Opel avranno un ruolo più limitato. Per Alfa Romeo sono previsti soltanto due nuovi modelli entro il 2030, mentre Lancia finirà sotto una gestione integrata con Fiat e Citroën.

Investimenti concentrati negli USA e tagli produttivi in Europa

La logica alla base del nuovo corso è investire dove i margini sono più elevati. Stellantis ha annunciato che circa il 60% dei 36 miliardi destinati allo sviluppo di brand e prodotti sarà concentrato in Nord America. Parallelamente, il gruppo punta a ridurre i costi di circa 6 miliardi di euro entro il 2028.

Per raggiungere questo obiettivo, il piano prevede anche una riduzione della capacità produttiva europea: si passerà dagli attuali 4,65 milioni di veicoli potenziali a circa 3,85 milioni. Il gruppo sostiene che non saranno chiusi stabilimenti, ma che verranno riconvertiti e ottimizzati attraverso partnership industriali. Filosa ha assicurato che “non chiuderemo impianti in Italia e in Europa” e che il taglio di capacità potrà essere gestito “senza chiusure” grazie alla condivisione produttiva con altri partner.

Il nodo, però, resta capire quali saranno le conseguenze concrete sugli stabilimenti europei. Stellantis vuole aumentare l’utilizzo degli impianti fino all’80%, rispetto all’attuale 60%, ma in Italia il tasso di utilizzo è precipitato nel 2025 intorno al 23%, segnale evidente di una forte sottoutilizzazione delle fabbriche.

L’Europa si affida alle alleanze cinesi, Italia sempre più marginale

Nel nuovo assetto industriale, l’Europa avrà un ruolo sempre più legato alle partnership con costruttori asiatici. In Spagna Stellantis rafforzerà l’asse con Leapmotor, mentre in Francia punta sulla collaborazione con Dongfeng. L’obiettivo è accelerare lo sviluppo tecnologico e ridurre drasticamente il “time-to-market”, cioè il tempo necessario per portare un’auto dalla progettazione alla vendita, che dovrebbe scendere da 40 a 24 mesi.

La Spagna appare oggi il Paese europeo meglio posizionato grazie anche alla gigafactory sviluppata con Catl, destinata a diventare uno degli hub strategici dell’elettrico del gruppo. Più complessa, invece, la situazione italiana.

Per il momento l’unico progetto certo riguarda Pomigliano d’Arco, dove dal 2028 dovrebbero essere prodotte due citycar elettriche, una Fiat e una Citroën. Restano invece senza risposte concrete il futuro di Maserati e quello di alcuni stabilimenti chiave come Cassino e Termoli. Nemmeno la produzione della futura Fiat 500 a Mirafiori viene data per certa.

Sindacati in allarme: “Servono garanzie per l’occupazione”

Le organizzazioni sindacali hanno accolto il piano con forte preoccupazione. La Fiom ha definito insufficiente la strategia del gruppo, sostenendo che “non garantisce la risoluzione della crisi dell’auto in Italia”, e ha chiesto un confronto immediato con governo e azienda. Anche la Uilm teme che la riduzione della capacità produttiva possa tradursi in tagli occupazionali, soprattutto negli impianti più in difficoltà.

Tra i siti maggiormente esposti c’è Cassino, che nel 2026 ha lavorato solo per poche settimane producendo meno di 4.000 vetture. La Fim, pur parlando di “passo avanti”, ha chiesto garanzie precise per tutti gli stabilimenti italiani.

Il rischio, secondo osservatori e sindacati, è che l’Italia perda progressivamente centralità all’interno della galassia Stellantis proprio mentre il gruppo accelera sugli investimenti oltreoceano e sulle alleanze industriali in altri Paesi europei.