Il nodo energetico strangola l’export dell’Italia

Guido Salerno Aletta

16 Ottobre 2025 - 11:50

Crollano le esportazioni italiane verso gli USA (-21,2%) e aumentano le importazioni (+68,5%): i dazi americani e l’alto costo dell’energia mettono in crisi la competitività dell’Italia e dell’Europa.

Il nodo energetico strangola l’export dell’Italia

Il dato puntuale non lascia affatto sperare bene: nel raffronto tra lo scorso mese di agosto e quello del 2024, le esportazioni italiane verso gli Usa sono crollate del 21,2%, mentre le importazioni sono schizzate verso l’alto del 68,5%.

L’effetto combinato dei dazi americani nei confronti delle merci europee, con la tariffa di base al 15%, e le importazioni di prodotti energetici sotto forma di GNL dagli USA, hanno ridotto il saldo positivo del mese di agosto ad appena 1,2 miliardi di euro mentre quello del periodo gennaio-agosto 2025 si è fermato a 24,4 miliardi di euro sul totale di 32,3 miliardi di attivo complessivo registrato nei confronti di Paesi non appartenenti all’Unione europea.

Quest’ultimo è il dato che deve fare maggiormente riflettere, visto che l’attivo nei confronti degli Usa rappresenta i 2/3 dell’attivo complessivo, mentre il peso dell’interscambio con gli Usa è pari al 10,4% degli interscambi complessivi, compresi quelli infra-Ue. Di converso, nonostante il peso dell’intercambio con la Cina rappresenti per l’Italia solo il 2,5% del totale, il saldo negativo a nostro sfavore nello stesso periodo gennaio-agosto 2025 è stato di 31,6 miliardi di euro. In pratica, il saldo attivo dell’Italia nei confronti degli Usa copre i 2/3 del nostro passivo verso la Cina.

Questo è il nodo delle relazioni commerciali con l’Europa e con l’Italia, che il presidente Donald Trump ha voluto mettere in discussione: il fatto che recuperiamo con gli attivi registrati nell’interscambio con gli Usa buona parte del passivo registrato con la Cina. Nella misura in cui gli Usa impongono al resto del mondo i dazi compensativi e la svalutazione del dollaro per cercare di riportare in pareggio la propria bilancia commerciale per merci, per l’Europa e per l’Italia si pone un problema di fondo: come cercare di compensare il mancato attivo derivante dall’interscambio con gli Usa.

Nel complesso dei Paesi della UE-27, il dato è eclatante: nello scorso mese di luglio, a fronte di un saldo attivo di 12,9 miliardi di euro nei confronti degli Usa, il passivo verso la Cina era stato di 30,7 miliardi di euro, mentre nel complesso l’attivo extra-Ue era stato di 8,2 miliardi di euro.

La situazione della Germania è sostanzialmente analoga a quella dell’Italia: nello scorso mese di agosto, rispetto al precedente mese, le esportazioni verso gli Usa sono diminuite del 2,5% mentre le importazioni sono aumentate del 3,4%. Il fatto che la macchina produttiva tedesca sia in difficoltà è provato dalla riduzione delle importazioni: dalla Cina -4,5%, dall’Italia -7,6%, dai Paesi Bassi -4,4%, dalla Polonia -4,7%: sono i sub-fornitori da cui, a ritroso, compra di meno.

La dinamica del commercio internazionale della Cina mostra grandi capacità di recupero nei confronti del crollo dell’export verso gli Stati Uniti che a settembre ha segnato un crollo del 27% rispetto all’anno precedente, in calo per il sesto mese di fila. L’import si è contratto del 16,1%. Le minori esportazioni verso gli Usa sono state ampiamente compensate: +12,9% verso l’India e +14,7% verso i Paesi dell’ASEAN (di cui +22,5% Thailandia e +22,3% Vietnam) seguite dal +8,2% verso l’Unione europea. Marca un -11,3% l’export verso la Russia che ha deciso restrizioni su alcuni beni cinesi.

Il dato relativo al maggiore export verso l’Europa potrebbe far pensare all’utilizzo dei magazzini europei per il commercio on-line destinato al mercato americano. In effetti, nel periodo gennaio-agosto 2025 rispetto allo stesso periodo del 2024, le esportazioni italiane in Cina sono diminuite dell’11,1% mentre le importazioni dalla Cina sono aumentate del 24,5%: davvero un po’ troppo.

La competitività delle produzioni europee è compromessa dall’elevato costo dell’energia: secondo le elaborazioni effettuate da Strategic Energy Europe, il prezzo medio giornaliero per MWh è passato in Italia dai 52,4 euro del 2015 ai 304 del 2022, per assestarsi ai 117,2 di quest’anno; in Francia, che beneficia di una consistente produzione da centrali nucleari, il prezzo è passato dai 38,5 euro del 2015 ai 275,9 euro del 2022 per assestarsi ai 60,9 euro di quest’anno; in Germania, il prezzo è passato dai 31,7 euro del 2015 ai 235,4 euro del 2022 per assestarsi agli 87,8 euro di quest’anno.

Secondo un’altra fonte di statistiche, World Population Review, quest’anno l’Italia avrebbe il record mondiale per il costo dell’energia elettrica per gli utenti finali, con 0,46$ per kWh; sarebbe seguita dalla Germania con 0,36$, dalla Francia con 0,32$ e dalla Spagna con 0,23$. Gli Usa, che sono un paese produttore di petrolio e gas ma a condizioni particolarmente complesse di estrazione, avrebbero un costo di 0,18$, mentre la Cina e l’India, due Paesi enormemente popolati che si devono rifornire dall’estero di energia (principalmente da Russia, Arabia Saudita, Qatar ed Iran) batterebbero per convenienza tutti gli altri Paesi con appena 0,08$ per kWh. Al livello più basso troviamo naturalmente i grandi produttori di petrolio e gas, con la Russia a 0,06$, l’Arabia Saudita e il Venezuela a 0,05$ ed addirittura l’Argentina con 0,02$/kWh.

Le statistiche hanno un valore di riferimento, ma sono chiare: con i alti costi dell’energia, la competitività delle esportazioni rappresenta una sfida eccezionalmente complessa. All’Italia, rimane come fornitore preferenziale l’Algeria, dopo il collasso della Libia ed il venir meno del gas russo. L’approvvigionamento dal Kazakhistan è limitato, mentre quello dalla Norvegia è quasi nullo e quello dagli Usa molto caro.

La crisi petrolifera del 1973 fu breve ma violentissima, determinando effetti profondi a lungo termine: determinò, infatti, la fine delle politiche di industrializzazione del Mezzogiorno che prevedeva un nuovo ciclo a partire dalle industrie di base, petrolchimica e siderurgia. A distanza di mezzo secolo, la fiammata dei prezzi sui mercati energetici del 2022 si è spenta, ma le conseguenze sistemiche non sono state superate anche per via della quasi completa cessazione delle forniture di gas russo.

La Cina continua a rifornirsi del gas russo a basso costo, prevedendo una nuova grande condotta Power of Siberia 2, per la quale ha contrattato prezzi stracciati.
Il problema della competitività internazionale dell’industria manifatturiera italiana, ancor più di quella tedesca che è afflitta dalla crisi della transizione verso l’auto elettrica, è rappresentato ancora una volta dai costi elevati dell’energia.