Con Francesco Seghezzi (ADAPT) esploriamo come l’AI stia già incidendo sui processi produttivi e decisionali, ma anche sulle traiettorie professionali delle persone.
L’intelligenza artificiale non è più una prospettiva lontana: è una realtà che sta già trasformando profondamente il mondo del lavoro. Automazione, algoritmi predittivi e sistemi intelligenti stanno ridefinendo ruoli, competenze e modelli organizzativi, aprendo interrogativi cruciali sul futuro dell’occupazione e sulla qualità del lavoro.
In questa intervista ne parliamo con Francesco Seghezzi, presidente di ADAPT, da anni osservatore attento delle dinamiche del mercato del lavoro e delle relazioni industriali. Con lui esploriamo come l’AI stia già incidendo sui processi produttivi e decisionali, ma anche sulle traiettorie professionali delle persone.
Uno dei punti centrali dell’analisi riguarda l’impatto differenziato dell’intelligenza artificiale sui settori economici. Non tutti i lavori saranno colpiti allo stesso modo: le professioni caratterizzate da attività ripetitive e standardizzabili sono più esposte all’automazione, mentre crescerà la domanda di ruoli che richiedono capacità cognitive avanzate, creatività e gestione delle relazioni umane. Tuttavia, la trasformazione non si limita a una semplice sostituzione uomo-macchina: in molti casi si tratta di una ridefinizione delle mansioni, con l’AI che affianca il lavoratore potenziandone le capacità.
Un altro tema chiave è quello delle competenze. Nel nuovo scenario, le competenze tecniche legate al digitale diventano sempre più importanti, ma non sono sufficienti. Accanto a queste, emergono come decisive le cosiddette “soft skills”: pensiero critico, adattabilità, capacità di apprendimento continuo e collaborazione. Il vero vantaggio competitivo, sottolinea Seghezzi, sarà nella capacità di integrare competenze tecnologiche e umane.
Non mancano però le criticità. L’adozione dell’intelligenza artificiale rischia di ampliare le disuguaglianze, sia tra lavoratori altamente qualificati e meno qualificati, sia tra territori e sistemi produttivi. Inoltre, si pongono questioni importanti sul piano normativo e contrattuale: come regolamentare l’uso degli algoritmi nei luoghi di lavoro? Come garantire trasparenza, equità e tutela dei diritti?
La sfida, quindi, non è solo tecnologica ma anche sociale e politica. Servono politiche attive del lavoro capaci di accompagnare le transizioni, sistemi formativi più flessibili e un dialogo costante tra imprese, istituzioni e parti sociali. L’obiettivo non è fermare il cambiamento, ma governarlo.
In questo contesto, l’intervista offre una chiave di lettura concreta e aggiornata per comprendere non solo dove sta andando il lavoro, ma anche come prepararsi ad affrontare il futuro con maggiore consapevolezza.
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