Il grande equivoco sull’oro che potrebbe costare caro agli investitori italiani

Tommaso Scarpellini

13 Maggio 2026 - 19:31

Inflazione al 3,8%, petrolio oltre $100 e tassi reali positivi: l’oro potrebbe non proteggere come si crede, proprio quando tutti lo comprano.

Il grande equivoco sull’oro che potrebbe costare caro agli investitori italiani

Con l’inflazione americana che ad aprile potrebbe aver raggiunto il 3,8% su base annua, il livello più alto da tre anni, e il prezzo del petrolio tornato sopra i $100 a causa della guerra con l’Iran, vale la pena chiedersi: chi sta davvero proteggendo il proprio capitale comprando oro e chi, invece, si sta affidando a una narrazione che potrebbe non reggere all’esame dei numeri?

Quando i tassi reali rimangono elevati e la Federal Reserve sembrerebbe lontana da qualsiasi taglio, tanto più con l’arrivo di un nuovo chairman come Kevin Warsh la cui politica monetaria rimane un’incognita, il metallo prezioso non offre automaticamente la copertura che molti investitori italiani sembrano dargli per scontata.

Se l’equivoco sull’oro come rifugio assoluto dovesse rivelarsi fondato proprio nel momento in cui i mercati entrano in una fase di potenziale contrazione, chi ha concentrato lì la propria protezione del capitale potrebbe trovarsi esposto più di quanto creda.

L’oro come dogma culturale: perché l’Italia è più vulnerabile di altri

Esiste una specificità italiana nel rapporto con l’oro che non si ritrova con la stessa intensità in altri contesti europei. La memoria collettiva delle svalutazioni della lira, dei prelievi forzosi sui conti correnti e delle crisi valutarie ricorrenti ha sedimentato nei risparmiatori over 40 una propensione quasi viscerale verso il metallo fisico come forma di tutela patrimoniale. Questa inclinazione, per quanto comprensibile sul piano storico e psicologico, potrebbe oggi confondersi con una strategia finanziaria rigorosa senza che i due piani coincidano davvero.

Il rischio non è nell’oro in sé: è nell’automatismo cognitivo che porta a comprarlo indipendentemente dal contesto macroeconomico. E il contesto attuale sarebbe tra i meno favorevoli degli ultimi anni per questo tipo di asset.

Tassi reali e costo opportunità: il meccanismo che molti ignorano

Il concetto tecnico su cui ruota tutto il ragionamento è quello di tasso reale, ovvero il rendimento nominale di un’obbligazione depurato dell’inflazione corrente. Se i Treasury americani a dieci anni rendono circa il 4,5% e l’inflazione si attesta al 3,8%, il tasso reale si colloca intorno a +0,7%. Un numero apparentemente modesto, ma sufficiente a ribaltare le condizioni strutturali che avevano sostenuto il rally dell’oro tra il 2020 e il 2022, quando i tassi reali erano profondamente negativi e detenere liquidità o titoli di Stato equivaleva a perdere potere d’acquisto in modo garantito.

L’oro non distribuisce cedole né dividendi: il suo rendimento è interamente legato all’apprezzamento del capitale. In un regime di tassi reali positivi, questo lo espone a un costo opportunità concreto rispetto ad asset che invece remunerano il detentore. Il dato CPI di aprile al 3,8% annuo, superiore al 3,7% atteso e in accelerazione rispetto al 3,3% di marzo, suggerirebbe che lo shock energetico legato al conflitto con l’Iran si stia trasmettendo con più capillarità di quanto inizialmente stimato. La benzina potrebbe aver registrato un rincaro del 28% su base annua, l’olio combustibile addirittura del 54%. I costi abitativi sembrerebbero saliti del 3,3%, i trasporti del 4,3%. Anche l’inflazione core, quella depurata delle componenti più volatili, sarebbe arrivata al 2,8%, ben oltre il target del 2% della Fed.

Il doppio vincolo del dollaro: quando la geopolitica non basta

Un secondo livello di complessità riguarda la relazione strutturale tra XAUUSD e il dollaro americano. Il conflitto con l’Iran ha spinto il petrolio stabilmente oltre i $105 al barile, e un prezzo dell’energia strutturalmente elevato produce un effetto paradossale sul sistema finanziario globale: riduce la disponibilità di dollari nel circuito degli eurodollari, aumentando la domanda relativa della valuta americana e tendenzialmente rafforzandola. Un dollaro in apprezzamento comprime storicamente le quotazioni dell’oro, che viene prezzato in dollari sui mercati internazionali.

L’investitore italiano che acquista oro senza tenere conto del rischio cambio EUR/USD si trova quindi esposto a una variabile aggiuntiva che potrebbe erodere parte dei rendimenti anche in uno scenario di elevata instabilità geopolitica. La narrazione del «rifugio» tende a oscurare questa dinamica tecnica, presentando il metallo come uno scudo omnicomprensivo quando in realtà il suo comportamento dipende da una combinazione di fattori che raramente vengono considerati simultaneamente.

La concentrazione nei portafogli retail: il rischio che non si vede

Una delle vulnerabilità meno discusse riguarda la struttura dei portafogli degli investitori retail italiani che si sono avvicinati all’oro negli ultimi anni. Molti lo hanno fatto attraverso ETF fisici o prodotti bancari che replicano il prezzo spot, costruendo in alcuni casi posizioni che rappresentano una quota rilevante del patrimonio complessivo. Questa scelta sembrerebbe stata razionale in un contesto di tassi negativi e inflazione in accelerazione, ovvero nello scenario 2021-2022. Ma la struttura del mercato obbligazionario è cambiata profondamente.

Un BTP decennale che oggi rende intorno al 3,8-4% in un contesto inflattivo al 3,8% non offre un rendimento reale elevato, ma rappresenta comunque qualcosa di strutturalmente diverso da un asset privo di cedola la cui performance dipende interamente dall’apprezzamento del capitale in condizioni macroeconomiche che, come si è visto, non sembrerebbero particolarmente favorevoli. Per la prima volta da quasi un decennio, il mercato obbligazionario offre rendimenti nominali che meriterebbero di essere valutati come componente di una diversificazione autentica, e non solo come componente residuale in un portafoglio già fortemente esposto al metallo giallo.

Quindi?

L’oro non sarebbe necessariamente un cattivo investimento: è un investimento che viene spesso comprato per le ragioni sbagliate, nei momenti sbagliati, con aspettative che la realtà macroeconomica potrebbe non confermare. Il contesto attuale, con inflazione in accelerazione, tassi reali positivi, dollaro potenzialmente in rafforzamento e Fed sotto pressione per non tagliare, sembrerebbe rappresentare esattamente quella combinazione di fattori che storicamente ha limitato le performance del metallo prezioso, proprio mentre la narrativa del «rifugio sicuro» attira il maggior numero di compratori retail.

Per l’investitore italiano che costruisce un portafoglio orientato alla protezione del capitale, potrebbe valere la pena interrogarsi non tanto se l’oro vada inserito, ma in che proporzione, con quale consapevolezza del meccanismo dei tassi reali, e soprattutto come parte di una diversificazione autentica che includa anche la valutazione di strumenti obbligazionari oggi tornati a offrire rendimenti nominali degni di considerazione dopo anni di deserto. La domanda non è se l’oro protegga: la domanda è da cosa protegga, e se quel rischio specifico sia davvero quello che si sta correndo.

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