Il gioco globale delle valute: chi ci rimette con il rafforzamento del dollaro

Federico Giuliani

5 Maggio 2024 - 07:02

Gli alti tassi della Fed, una risposta all’inflazione galoppante negli Usa, stanno destabilizzando le valute di mezzo mondo.

Il gioco globale delle valute: chi ci rimette con il rafforzamento del dollaro

I riflettori sono puntati sul dollaro, o meglio, sulla Federal Reserve statunitense. Gli alti tassi della Fed, una risposta all’inflazione galoppante negli Usa, significano che gli asset americani offrono rendimenti migliori rispetto a quelli di gran parte del mondo. Il risultato? Gli investitori hanno bisogno di dollari per acquistarli, e il denaro affluisce negli Stati Uniti con una forza avvertita da ogni Paese del mondo.

Siamo al cospetto di una sorta di grande gioco globale delle valute. Da un lato, infatti, abbiamo un dollaro alimentato dalle leve della Fed, mentre dall’altro troviamo una serie di valute internazionali che pagano le conseguenze di un simile modus operandi. Nel 2024, ha fatto presente il New York Times, tutte le principali valute del mondo si sono deprezzate rispetto al dollaro, dando vita ad un fenomeno insolitamente ampio e potenzialmente pericoloso per l’economia del pianeta.

Due terzi delle 150 valute monitorate da Bloomberg, si sono indebolite sul biglietto verde, la cui forza, in sostanza, deriva da un cambiamento nelle aspettative su quando (e in che misura) la citata Fed potrebbe tagliare il suo tasso di riferimento (ai massimi da almeno un ventennio). “Non è mai stato così vero che la Fed è la banca centrale del mondo”, ha dichiarato Jesse Rogers, economista di Moody’s Analytics.

Non a caso, lo yen è ai minimi da 34 anni rispetto al dollaro americano; l’euro e il dollaro canadese sono in calo. Lo yuan cinese ha mostrato notevoli segni di debolezza, nonostante l’intenzione dichiarata dai funzionari di stabilizzarlo. Il discorso è semplice: poiché il dollaro è presente in quasi il 90% delle transazioni in valuta estera, quando la moneta americana si rafforza gli effetti sono rapidi e di vasta portata. Uno su tutti: l’aumento dell’inflazione al di fuori dei confini Usa.

Le conseguenze mondiali di un dollaro forte

Il rafforzamento del dollaro intensifica l’inflazione all’estero per un motivo ben preciso. I Paesi sono chiamati a scambiare una quantità maggiore della propria valuta per raggiungere la stessa quantità di beni denominati in dollari (tra cui le importazioni dagli Stati Uniti e le materie prime scambiate a livello globale, come il petrolio, spesso prezzate in dollari). Come se non bastasse, quei governi che hanno contratto prestiti in dollari devono far fronte a interessi più elevati.

Ci sono altre conseguenze da considerare. Ad esempio, un dollaro forte può avvantaggiare alcune imprese non statunitensi visto che gli americani possono permettersi di acquistare più beni e servizi stranieri. Allo stesso tempo, però, le aziende Usa che vendono all’estero non godono di vantaggi, dal momento che i loro beni appaiono più costosi.

Da Goldman Sachs spiegano che se i tassi statunitensi dovessero rimanere alti nel corso dell’anno, allora gli effetti della tendenza potrebbero essere “sinistri”. In tal caso, infatti, i responsabili delle politiche Usa sarebbero costretti a scegliere tra due opzioni: sostenere l’economia nazionale tagliando i tassi o sostenere la propria valuta mantenendoli alti.

In ogni caso, a fare le spese di un dollaro forte è senza ombra di dubbio l’Asia. I ministri delle finanze di Giappone, Corea del Sud e Stati Uniti si sono incontrati a Washington e, tra le altre cose, si sono impegnati a “consultarsi da vicino sugli sviluppi del mercato dei cambi”. Tokyo e Seoul hanno espresso serie preoccupazioni per il recente forte deprezzamento dello yen giapponese e del won coreano. Nello specifico, il won coreano è il più debole dal 2022, mentre lo yen è crollato rispetto al dollaro superando brevemente anche i 160 yen per dollaro per la prima volta dal 1990.

Un gioco complesso

La Cina, la cui economia è stata colpita da una crisi immobiliare e da un rallentamento della spesa interna, è impegnata a mantenere la propria valuta all’interno di un range ristretto. Pechino ha comunque recentemente allentato la propria posizione e ha permesso allo yuan di indebolirsi, a dimostrazione della pressione esercitata dal dollaro sui mercati finanziari e sulle decisioni politiche di altri Paesi. “Uno yuan più debole non è un segno di forza. Porterà a chiedersi se l’economia cinese sia così forte come si pensava”, ha dichiarato Brad Setser, senior fellow del Council on Foreign Relations.

In Europa, intanto, i responsabili politici della Banca Centrale Europea (Bce) hanno segnalato che potrebbero tagliare i tassi nella prossima riunione in programma a giugno. C’è tuttavia chi teme che, abbassando i tassi d’interesse prima della Fed, la Bce possa aumentare il divario tra i tassi d’interesse dell’eurozona e quelli degli Stati Uniti, indebolendo ulteriormente l’euro.

Insomma, mentre si fa largo il concetto di dedollarizzazione – lentamente in atto e alimentato da alcune situazioni geopolitiche favorevoli – non bisogna ignorare un fatto ancor più evidente: la forza del dollaro si sta ripercuotendo in tutto il mondo in modi diversi. Le leve della Fed continuano dunque a decidere le sorti del pianeta, possono decretare il successo o l’insuccesso dei governi di ogni continente e, in generale, hanno il potere di trasformare questioni economiche in vicende geopolitiche. È per questo che rimane fondamentale monitorare le mosse valutarie di Washington e lo stato di salute del biglietto verde.