Il fallimento del sindacato in Italia

Guido Gennaccari

08/10/2025

Un’analisi critica sulla crisi di rappresentanza, la perdita di potere contrattuale e la trasformazione del sindacato nel contesto economico e sociale italiano

Il fallimento del sindacato in Italia

Il ruolo del sindacato potrebbe sembrare chiaro e uniforme in tutti i paesi ma, in realtà, molte sono le differenze in termini di adesione, poteri e affermazione dell’istituto.

L’articolo 39 della Costituzione italiana recita: “L’organizzazione sindacale è libera. I sindacati registrati hanno personalità giuridica. Possono, rappresentati unitariamente in proporzione dei loro iscritti, stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce.”

I sindacati sono associazioni non riconosciute (art. 36-38 c.c.) che hanno capacità patrimoniale e processuale limitata, ma possono agire in giudizio per la tutela collettiva; sono associazioni spontanee e volontarie costituite per la tutela degli interessi professionali dei lavoratori o dei datori di lavoro. Ma quale è la penetrazione sociale del sindacato nella storia dei paesi sviluppati?

Ad oggi la partecipazione è a macchia di leopardo, con l’Islanda al 90%, l’Italia al 30% con una media OCSE del 15%, mentre l’America è al 10%. Negli ultimi 65 anni il sindacato ha visto crescere la propria densità, ossia la percentuale dei lavoratori iscritti al sindacato, negli inflattivi anni ’70 (dove si affermò l’imponente welfare state in Italia), per poi scendere dagli anni ’80 fino ad un bottom, post abolizione della “scala mobile” del 1992, che è stato sempre al di sopra del 30% per il nostro paese. L’Islanda è l’unico paese che ha visto una crescita negli anni ‘00, la Svezia è invece passata dall’85% al 65%, il Belgio dal 56% al 47%.

Ovviamente fenomeni come la globalizzazione e l’ingresso della Cina nel WTO (dumping salariale) e il progresso tecnologico, dalle dot.com all’AI, potrebbero avere avuto un ruolo importante nel trend descritto. Altri fenomeni, quali l’ingresso nell’euro, hanno visto la svalutazione salariale reale degli stipendi italiani nel tempo, gli unici tra i paesi OCSE rimasti al palo negli ultimi 30 anni.

Come valutare l’operato di un sindacato?

  • progresso salariale
  • forza lavoro
  • produttività del lavoro.

Sul primo punto l’Italia è rimasta al palo da metà anni ’90 e dalla crisi dei subprime del 2008 è in declino come in UK e Giappone (sotto 100), rispetto agli altri paesi sopra a 100.

Sul secondo punto l’Italia a 62,2% è a metà classifica del G20, dietro a Germania 77,2% e Francia 69,6%, in compagnia del Giappone 62,3% e sopra la Spagna 53%. Top Mexico a 97% e bottom Sud Africa a 40%. Se si considera la classifica europea la situazione è molto più critica, con l’Italia al 30esimo posto su 40 e una media dell’euro area del 71%.

Sulla produttività del lavoro l’Italia nel 2025 è leggermente sotto la media G7 ma sopra la media UE-27, anche se siamo lontanissimi dalla vetta dei paesi nordici europei e molto dietro a Francia e Germania, ma davanti alla Spagna.
Un’altra questione importante è il vero potere che i sindacati esercitano in un paese. Il recente rapporto OCSE fornisce dati sulla penetrazione del sindacato nei vari paesi.

Il fenomeno dell’indebolimento del successo e del potere dei sindacati pone un problema nel nostro paese (ma non solo): quale ruolo oggi hanno in Italia? Sembra ci sia una trasformazione dell’istituto che, nato principalmente per tutelare i diritti di lavoratori e professionisti, sta per diventare driver sociale generale dai temi gender gap, ESG, green, fino ai diritti umani fondamentali e sociali, abbandonando forse totalmente la tutela economica congenita (salario adeguato) e puntando su quella sociale (diritti del lavoratore, la settimana corta, le questioni di genere e inclusione, quelle ambientali e green, la gestione dei flussi migratori e culturali…).

La naturale trasformazione da associazione a partito politico è ormai evidente, come dimostra la recente battaglia con le manifestazioni (lecite) e gli scioperi (forzatura) indetti per protestare sulle vicende di Gaza, intento nobile ma forse fuori luogo rispetto agli elementi istitutivi e costitutivi della figura del sindacato.
Nessuno vuole abolire l’istituto del sindacato, per carità, ma una riforma sostanziale andrebbe messa sul tavolo considerando che, a parità di condizioni con gli altri paesi, l’Italia ha i salari fermi da 30 anni, una bassa produttività del lavoro e una partecipazione al lavoro relativamente bassa (soprattutto quella delle donne).

Non è una omissione voluta grave non aver trattato il tema “sicurezza sul lavoro”, semplicemente perché è un problema che ci pone nella media degli altri paesi, senza essere tra i peggiori ma neppure senza eccellere.
Nella speranza e nell’augurio di vedere presto condizioni migliorative per tutti i lavoratori e professionisti italiani, si attendono proposte e idee su come debba cambiare in futuro il ruolo del sindacato.