Il dollaro trema come non accadeva dal 2008. Fino a inizio anno, il biglietto verde era in ottima forma, sostenuto da un’economia robusta e dall’euforia che ha accompagnato il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. Ma quella fiducia si è sbriciolata in pochi mesi.
L’introduzione di nuovi dazi e la politica commerciale sempre più aggressiva hanno innescato una reazione a catena che ora minaccia di scuotere dalle fondamenta la stabilità del biglietto verde.
Se l’EUR/USD dovesse superare quota 1,15, potrebbe davvero essere il punto di non ritorno.
Indice del dollaro USA
Fonte Money.it, Bloomberg Finance LP. Dati aggiornati al 10 aprile 2025
Trump, i dazi e l’innesco della crisi
Dopo le elezioni di novembre, il dollaro aveva ripreso slancio, con l’indice DXY fino a quota 110. Sembrava l’inizio di una nuova fase positiva, ma è durato poco. L’annuncio dei nuovi dazi, soprattutto contro la Cina, ha aperto tre fronti di crisi: nuove tensioni geopolitiche, rischio di rallentamento dell’economia globale e un’impennata dell’inflazione importata.
A Wall Street sono partite vendite a raffica sui titoli ciclici. E nemmeno i Treasury, che di solito fanno da rifugio nei momenti di crisi, questa volta hanno tenuto. Segno di un problema più profondo.
Rendimenti medi basati asset class, su dati mensili dal 1970
Fonte Money.it
Con la sua guerra commerciale, Trump ha fatto saltare la fiducia dei mercati. In pochi giorni, il dollaro – che fino a inizio anno sembrava invincibile – ha perso il 10%, mettendo in discussione anche la credibilità stessa degli Stati Uniti.
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Crollo del dollaro e fuga dagli asset americani
Il dollaro aveva iniziato a perdere forza già prima dei dazi di Trump, ma il vero crollo è arrivato ad aprile, quando l’indice DXY ha rotto al ribasso il supporto psicologico di quota 100. A innescare la fuga dal dollaro e dagli asset americani è stato un mix di fattori, ma il primo detonatore sono stati i basis trade degli hedge fund: operazioni ultra-leverage costruite comprando Treasury cash, vendendo futures e finanziando tutto con prestiti a leva, anche 50-100 volte il capitale.
Quando le Borse hanno iniziato a crollare sotto il peso dei dazi, questo meccanismo si è rotto. I Treasury, usati come garanzia per i prestiti, hanno perso valore. Sono partite margin call a raffica e gli hedge fund si sono trovati costretti a liquidare tutto: azioni, bond, qualsiasi cosa per recuperare liquidità. Una vendita forzata che ha mandato sotto stress il mercato repo e fatto esplodere il rischio sistemico.
Poi è partito l’effetto domino: con il sell-off dei Treasury, Wall Street è andata nel panico e gli investitori esteri hanno iniziato a tagliare l’esposizione sugli asset americani.
La prospettiva di una crescita sempre più debole negli States ha fatto il resto: il biglietto verde ha perso appeal e ha iniziato a scivolare in modo strutturale, non solo contro l’euro, ma anche contro valute rifugio come yen e franco svizzero.
Cosa accade con EUR/USD oltre 1,15?
In questo contesto, se EUR/USD dovesse superare il limite di 1,15 le conseguenze potrebbero essere pesanti su scala globale. Un dollaro più debole renderebbe subito più costosi i beni importati negli Stati Uniti, spingendo in alto l’inflazione. È vero che una valuta più debole aiuterebbe le esportazioni americane, rendendo i prodotti USA più competitivi all’estero. Ma con i dazi e le barriere commerciali alzate da Trump, questo vantaggio rischierebbe di essere molto limitato.
Grafico EUR/USD
Fonte Tradingview
Il vero problema sarebbe un altro: la perdita di fiducia. Se il dollaro continua a indebolirsi, gli investitori potrebbero iniziare a guardarsi intorno, riducendo l’esposizione agli asset americani. Questo minerebbe non solo i mercati finanziari, ma anche il ruolo del dollaro come valuta di riserva globale.
In un clima di incertezza politica interna e paura di recessione, la fuga dai titoli americani potrebbe accelerare. E se l’EUR/USD consolidasse sopra 1,15, potremmo assistere a un vero cambio di paradigma: capitali che si spostano altrove e una fiducia nell’economia americana che, per la prima volta dopo decenni, inizierebbe seriamente a scricchiolare.
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