Il dollaro traballa e gli investitori si proteggono: innescata una spirale ribassista?

Redazione Money Premium

13 Giugno 2025 - 06:42

Il calo del dollaro e l’aumento dell’hedging da parte degli investitori esteri potrebbero innescare una spirale ribassista, con gravi implicazioni per i mercati globali e gli asset USA.

Il dollaro traballa e gli investitori si proteggono: innescata una spirale ribassista?

Il recente andamento anomalo del dollaro statunitense, che ha perso terreno in parallelo al calo dei mercati azionari, ha sollevato preoccupazioni tra i grandi investitori globali. Da sempre considerata valuta rifugio, la moneta americana sta mostrando segnali di vulnerabilità, mettendo in discussione una delle dinamiche chiave dei mercati finanziari: la sua funzione anticiclica.

Secondo quanto riportato da Reuters Breakingviews, questo cambiamento sta inducendo fondi pensione, assicurazioni e gestori di patrimoni a rivedere le proprie strategie di copertura valutaria. Fino ad oggi, molti attori – come il fondo pensione canadese CPPIB o il gigante giapponese GPIF – hanno mantenuto esposizioni ingenti in asset statunitensi con livelli minimi di hedging. Il motivo? La storica tendenza del dollaro a rafforzarsi nei momenti di crisi, offrendo così una protezione naturale.

Ma lo scenario sta cambiando. Due eventi recenti hanno minato la fiducia degli investitori nella solidità del dollaro. Primo, l’annuncio di dazi commerciali da parte dell’ex Presidente Donald Trump ha fatto crollare i mercati e, sorprendentemente, anche il dollaro. Secondo, l’intento esplicito della politica economica americana di indebolire la valuta per rilanciare le esportazioni ha instillato timori duraturi tra gli operatori di mercato.

Il risultato? Un aumento delle operazioni di hedging che, ironicamente, contribuiscono a indebolire ulteriormente il dollaro. Gli strumenti più utilizzati per coprirsi – come i contratti a termine (forward) – sono però costosi, soprattutto in presenza di tassi di interesse americani elevati. Attualmente, il costo annuale di copertura si aggira attorno al 2% per gli investitori europei e canadesi, e raggiunge il 4% per quelli giapponesi. Questo impatta direttamente sui rendimenti netti e rende meno attraenti gli investimenti in asset americani.

Secondo stime riportate, su un totale di 30.000 miliardi di dollari in titoli USA detenuti da investitori non americani, tra i 17 e i 24 mila miliardi potrebbero non essere coperti. Un incremento anche parziale di coperture su questa scala avrebbe effetti significativi sia sulle valute locali – come sta già avvenendo con il dollaro taiwanese – sia sul valore stesso del dollaro.

L’alternativa all’hedging? Ridurre direttamente l’esposizione agli Stati Uniti, spostando capitali verso mercati meno costosi o valute più stabili. Anche se questi cambiamenti richiedono tempo, i segnali iniziali ci sono: la partecipazione estera alle ultime aste dei titoli di Stato USA a 30 anni è stata la più bassa dal 2019.

Il rischio principale è che questo processo si autoalimenti. Più il dollaro perde terreno e diventa volatile, più gli investitori saranno incentivati a vendere o coprirsi, accentuando ulteriormente il declino. Solo quando il prezzo degli asset americani diventerà davvero appetibile potremmo assistere a un’inversione di tendenza. Ma fino ad allora, il dollaro potrebbe dover affrontare un lungo periodo di debolezza.