Il divario di genere sullo stipendio inizia già all’università

Alberto De Pasquale

25/11/2024

Lo scarto tra le retribuzioni di uomini e donne dipende molto dal percorso di studi, ma c’entrano anche il tipo di contratto e la possibilità di cambiare città.

Il divario di genere sullo stipendio inizia già all’università

Le donne guadagnano meno degli uomini e il divario nasce già prima di iniziare a lavorare.

Stiamo parlando del cosiddetto gender pay gap (divario retributivo di genere), che secondo l’ultimo Rendiconto Inps è stato del 28% nel 2023: lo scorso anno le retribuzioni lorde settimanali dei lavoratori uomini sono state in media pari a 643 euro, rispetto ai 501 percepiti dalle lavoratrici.

I presupposti per lo scarto nei guadagni che emerge dalle buste paghe (e soprattutto nel settore privato) sorgono già negli anni dell’università, come sottolineato da uno studio della Banca d’Italia. I corsi che portano a lauree potenzialmente più remunerative sul lavoro (come quelle scientifiche) sono frequentate soprattutto da studenti maschi.

L’analisi di via Nazionale ha preso in considerazione il campione dei laureati in Italia tra il 2011 e il 2018. Nonostante fossero per il 59% donne, le percentuali sulla rappresentanza dei generi variano drasticamente a seconda dei singoli settori di studio. Solo il 46% dei laureati in chimica, fisica, matematica e statistica è donna, quota che scende al 27% per le lauree in ingegneria e nel comparto ICT. All’opposto, le donne rappresentano la stragrande maggioranza delle lauree in lettere e filosofia, al 76%, e in scienze dell’educazione, dove raggiungono il 94%. L’indagine, comunque, rimarca che la tendenza non è solo italiana, visto che i dati Eurostat indicano che nei paesi dell’Ue la quota di donne tra tutti i laureati in ingegneria, settore ICT e scienze naturali è «molto simile» alla media italiana.

Oltre a essere in maggioranza sul totale dei laureati complessivi, le donne ottengono anche risultati più elevati a livello accademico rispetto ai colleghi uomini. Tuttavia, non conta tanto la scelta dell’ateneo o il rendimento agli esami e il voto finale: è soprattutto il tipo di percorso di studi a pesare sul divario retributivo tra uomini e donne. E infatti le lavoratrici risultano svantaggiate proprio perché scelgono maggiormente percorsi di studio e specializzazioni con inferiori aspettative di retribuzione.

La disparità di genere nelle retribuzioni emerge soprattutto nel settore privato. A un anno dalla laurea, il salario giornaliero delle lavoratrici risulta inferiore del 21% rispetto a quello dei loro colleghi uomini, mentre a cinque anni dal titolo di studio si allarga ulteriormente al 25%. Le cose vanno un po’ meglio tra i dipendenti pubblici, anche se il gap rimane: del 13% a un anno dalla laurea, mentre poi cala al 9% dopo cinque anni.

Dopo le differenze che sorgono all’origine con la scelta del percorso di studi all’università, ne subentrano altre legate al tipo di lavoro e alle modalità con cui lo si svolge. Le donne hanno più probabilità di firmare un contratto a tempo determinato o part time e di lavorare in posizioni meno qualificate o in servizi no profit. E c’è di più: le donne lavorano tendenzialmente in località più vicine al luogo in cui sono nate, venendo tagliate fuori da alcune possibilità.

Per il primo aspetto, riferito ai contratti, a cinque anni dalla laurea i lavoratori uomini hanno il 19% di probabilità di avere un contratto a termine e il 13% uno part time, mentre per le donne le probabilità sono del 29% per un contratto a termine e di oltre il 31% per un part time. Mentre gli uomini hanno più probabilità di lavorare nell’agricoltura e nell’industria (del 33%, contro il 17% delle donne) nel settore dei servizi c’è un sostanziale allineamento (60% per gli uomini e 62% per le donne). Tutto cambia nel settore no profit: per una donna la probabilità di lavorare, per esempio, nella sanità e nell’istruzione (del 20%) è molto più alta rispetto a quella che hanno gli uomini (7%).

Infine, anche la possibilità di cambiare città incide potenzialmente nella ricerca di migliori e più remunerative occasioni lavorative. Gli uomini lavorano in media a quasi 248 chilometri di distanza dalla città in cui sono nati, a differenza delle donne, che in media si spostano 38 chilometri in meno e lavorano generalmente per realtà più piccole, meno produttive e con una quota più elevata di lavoratrici.