Il dilemma dell’innovatore che sta bloccando la Germania (e l’Europa)

Redazione Money Premium

23 Ottobre 2024 - 07:31

La Germania sembra non sapere cosa desideri per il proprio futuro, rendendo difficile per l’UE intraprendere passi concreti: questo disorientamento riflette una profonda crisi interna. L’analisi.

Il dilemma dell’innovatore che sta bloccando la Germania (e l’Europa)

L’Europa si trova in un momento cruciale, e lo stesso vale per la Germania. Con la sua posizione di maggiore economia del continente, è difficile immaginare che l’Unione Europea possa compiere progressi significativi senza il consenso di Berlino.

Tuttavia, come dimostrato recentemente con l’imposizione di dazi sulle importazioni di veicoli elettrici cinesi, avvenuta nonostante l’opposizione tedesca, non è impossibile che l’UE si muova anche in assenza di una piena convergenza con la Germania.

Il problema principale è che la Germania sembra non sapere cosa desideri veramente per il proprio futuro, rendendo difficile per l’UE intraprendere passi concreti. Questo disorientamento tedesco riflette una profonda crisi interna che sta colpendo il paese a livello politico, economico e sociale. Tre anni fa, il governo attuale aveva promesso una rinascita e grandi riforme, ma oggi viene spesso criticato per la sua incapacità di fornire risposte efficaci e per la sua disfunzionalità. La crisi di orientamento potrebbe essere una delle cause dietro la recessione prolungata che sta affliggendo la Germania.

Due eventi recenti evidenziano in modo emblematico la spaccatura all’interno dell’opinione pubblica e delle élite tedesche riguardo alla direzione futura del paese. Da un lato, c’è stato il Berlin Global Dialogue, un forum di alto livello che ha riunito leader politici ed economici di tutto il mondo, tra cui il presidente francese Emmanuel Macron e vari ministri tedeschi. Il tema centrale della conferenza era la necessità di ristabilire un terreno comune e di concentrarsi sulle aree di cooperazione, ma molti degli interventi rivelavano un malessere diffuso rispetto ai cambiamenti in corso, in particolare riguardo al rapporto con la Cina e al processo di decarbonizzazione.

Un concetto ricorrente durante il dialogo è stato quello della «neutralità tecnologica». Si è parlato di decarbonizzazione, ma senza favorire una specifica tecnologia, un chiaro segnale della resistenza della Germania a un abbandono rapido dei motori a combustione interna, su cui il paese ha costruito gran parte della sua potenza industriale. Il ministro delle Finanze tedesco, Christian Lindner, ha persino suggerito che l’energia a basso costo dell’Arabia Saudita potrebbe essere utilizzata per produrre carburanti sintetici, facilitando così la trasformazione del settore automobilistico tedesco. Questo tipo di dichiarazioni dimostra una volontà di mantenere vivo un modello economico che però mostra sempre più segni di crisi.

Dall’altro lato del dibattito, Isabel Schnabel, membro del consiglio direttivo della Banca Centrale Europea, ha offerto una visione ben diversa durante una conferenza a Friburgo, culla dell’ordoliberalismo tedesco. Nel suo discorso, Schnabel ha messo in guardia contro la resistenza al cambiamento che sta paralizzando la Germania, e ha sottolineato come il paese, da locomotiva dell’economia europea, sia ormai diventato un freno alla crescita del continente.

La situazione economica tedesca appare particolarmente grave se si guarda alla produzione industriale, che negli ultimi anni ha subito una contrazione maggiore rispetto ad altri paesi europei come Francia, Italia e Spagna. Questo declino è dovuto non solo a tassi di interesse elevati e ai prezzi energetici, ma anche alla struttura stessa del modello industriale tedesco, che si basa pesantemente sulle esportazioni e su settori tradizionali ora in crisi.

Schnabel ha anche evidenziato come il boom delle esportazioni tedesche dei primi anni 2000 sia stato in gran parte frutto di una fortunata combinazione di settori e partner commerciali, piuttosto che di una strategia lungimirante. Oggi, con la Cina che continua a guadagnare quote di mercato globali, la Germania si trova in una posizione sempre più vulnerabile. Il colpo di grazia potrebbe venire proprio dal mercato automobilistico: entro il 2026, la Cina prevede di aumentare la capacità di esportazione di veicoli elettrici di 1,7 milioni di unità all’anno, un dato che minaccia di sopraffare l’industria automobilistica europea.

La Germania si trova dunque di fronte a una scelta difficile: continuare a difendere un modello economico ormai superato o accettare la necessità di una trasformazione radicale verso nuove tecnologie e un diverso posizionamento geopolitico. Da un lato, c’è chi spera in una restaurazione delle vecchie dinamiche economiche, con un ruolo ridotto della politica internazionale; dall’altro, chi, come Schnabel, riconosce che è tempo di fare una netta rottura con il passato.

Il futuro dell’Europa dipenderà in gran parte dalla direzione che la Germania deciderà di intraprendere. Se Berlino riuscirà a superare la sua indecisione e a impegnarsi in una vera transizione economica e industriale, potrebbe ancora fungere da guida per il resto dell’UE. Tuttavia, se continuerà a resistere ai cambiamenti necessari, rischia non solo di rallentare la crescita europea, ma anche di compromettere il proprio ruolo di leader economico all’interno dell’Unione.