Il cuore carbonifero della Cina sta smettendo di battere. E per Pechino potrebbe essere un problema

Federico Giuliani

27 Luglio 2025 - 06:21

I riflettori sono puntati, oggi più che mai, sullo Shanxi, ovvero la principale provincia cinese produttrice di carbone.

Il cuore carbonifero della Cina sta smettendo di battere. E per Pechino potrebbe essere un problema

Potrebbe sembrare un controsenso, un paradosso, una contraddizione. E invece, il fatto che il cuore carbonifero della Cina si stia per spegnere, rappresenta un problema non da poco per il Paese che prima e meglio di tutti gli altri appare sulla buonissima strada per diventare il primo «elettrostato» del pianeta.

I riflettori sono puntati, oggi più che mai, sullo Shanxi, ovvero la principale provincia cinese produttrice di carbone. Mentre Pechino indica la via della nuova modernizzazione, una modernizzazione che include auto elettriche ed energie rinnovabili, il futuro delle miniere che hanno alimentato i primi millenni di ascesa del Dragone appare quanto mai avvolto nella nebbia.

Già, perché il governo guidato da Xi Jinping non può semplicemente chiudere questi siti inquinanti come se niente fosse. Prima di tutto perché il carbone serve ancora a un Paese che lo utilizza per generare circa il 60% di elettricità, nonché per bilanciare l’intermittenza delle rinnovabili e sostenere le grandi industrie pesanti. E poi perché un intervento radicale nello Shanxi taglierebbe le gambe alla provincia che ha la più bassa crescita del pil a livello nazionale e un’economia locale che dipende fortemente dal carbone.

Il dilemma carbonifero della Cina

Il futuro della Cina deve essere green e sostenibile: su questo il governo non transige. “Indipendentemente da come cambi la situazione internazionale, la Cina non rallenterà i suoi sforzi per affrontare il cambiamento climatico”, ha recentemente dichiarato Xi, che però ha anche sottolineato nei suoi discorsi la necessità di una «transizione equa». Ecco: come ha spiegato il Guardian questo dossier è di particolare importanza per i 35 milioni di abitanti dello Shanxi.

Il motivo è semplice: il Partito Comunista Cinese non intende creare nuove Rust Belt, o peggio, enormi sacche di disoccupazione che potrebbero alimentare disordini e proteste. Sarà dunque interessante capire come e quando Xi interverrà sul delicatissimo tema: rianimerà il cuore malandato della provincia carbonifera o lascerà che smetta di battere da solo?

Nel frattempo Pechino intende raggiungere il picco delle emissioni di anidride carbonica entro il 2030 e raggiungere la neutralità carbonica entro il 2060. Molti esperti ritengono che, grazie alla rapida crescita dei sistemi energetici puliti, le emissioni cinesi raggiungeranno il picco prima del previsto, forse già quest’anno.

Nel 2024 il consumo cinese del carbone è intanto cresciuto dell’1,2% raggiungendo un nuovo record, circa il 58 % della domanda globale. Lo Shanxi, dal canto suo, possiede circa un terzo del totale delle riserve carbonifere nazionali. E gran parte della sua economia dipende dal settore minerario: impieghi, trasporti, energia e investimenti pubblici.

Il caso dello Shanxi

Lo Shanxi è insomma al centro di una transizione che avrà ramificazioni globali ed esistenziali. Nel 2024 ha prodotto 1,27 miliardi di tonnellate di carbone, più dell’India; se questa provincia fosse un Paese, sarebbe il secondo produttore di carbone al mondo (dopo la Cina). Allo stesso tempo Pechino sta costruendo più energia eolica e solare di tutto il resto del mondo, e ad aprile la sua capacità di generazione di energia eolica e solare è salita a quasi 1.500 GW, superando per la prima volta quella dei combustibili fossili.

I leader cinesi hanno tuttavia promesso che il carbone continuerà a svolgere un ruolo di supporto nel sistema energetico cinese. Lo spettro dei blackout che hanno paralizzato alcune zone della Cina nel 2021 e nel 2022 continua infatti a perseguitare le autorità provinciali. La mancanza di aria condizionata nelle torride estati cinesi può essere fatale per gli anziani e le persone vulnerabili, senza considerare che l’industria si blocca senza elettricità.

Il punto è che non appena la Cina inizierà a ridurre la sua dipendenza dal carbone (prima o poi succederà), la provincia dello Shanxi sarà colpita più direttamente di altre aree. Qui circa una persona su dieci è impiegata nel settore del carbone e nelle industrie correlate. Nessuno vuole che la propria terra diventi un surrogato delle province della Cina nord-orientale, note collettivamente come Dongbei, e diventate l’epicentro della famigerata Cintura della ruggine cinese dopo la chiusura delle grandi fabbriche statali negli anni ’90.