È solo business, un business colossale: quello della difesa è un potentissimo settore oligopolistico, in cui pochi soggetti industriali, che non arrivano alle dita di una sola mano negli Usa mentre in Europa sono al massimo due o tre per Paese, vendono ai rispettivi governi i propri prodotti al prezzo che vogliono. Il che consente loro di fare utili enormi, e di finanziare lautamente organizzazioni parallele, costituite come Fondazioni di ricerca nel settore geopolitico e della sicurezza, con cui si foraggiano politici e militari in pensione che nobilitano la spesa per la difesa.
È un bel circo, non c’è che dire, il Warfare System, di cui bisogna diffidare, come fece il 17 gennaio 1961 nel suo discorso di commiato per la fine del suo mandato presidenziale Dwight Eisenhower.
Mettendo in guardia contro il consolidamento del complesso militare-industriale americano, disse che:
“Un elemento vitale per mantenere la pace è il nostro establishment militare. Le nostre braccia devono essere potenti, pronte per l’azione immediata, in modo che nessun potenziale aggressore possa essere tentato di rischiare la propria distruzione. I produttori americani di vomeri per l’agricoltura potrebbero, con il tempo e se necessario, fabbricare anche spade. Ma ora non possiamo più rischiare un’improvvisazione emergenziale della difesa nazionale.
Siamo stati costretti a creare un’industria permanente degli armamenti di vaste proporzioni.
Questa congiunzione di un immenso establishment militare e di una grande industria degli armamenti è nuova nell’esperienza americana. Eppure non dobbiamo mancare di comprenderne le gravi implicazioni.
Nei consigli di governo, dobbiamo guardarci dall’acquisizione di un’influenza ingiustificata, voluta o non cercata, dal complesso militare-industriale. Il potenziale per l’ascesa disastrosa del potere mal riposto esiste e persisterà”.
Non casualmente, questo discorso è stato riportato testualmente dal Presidente Joe Biden nel suo farewell speech: un avvertimento che è stato ribadito, ma che non è mai preso da nessuno in seria considerazione.
Ed ora, infatti, la lobby dell’industria delle armi ha fatto Bingo: nell’ambito della Nato, con la decisione raggiunta nel corso dell’ultimo Vertice in Olanda, si è assicurata una quota della spesa pubblica dei Paesi aderenti all’Organizzazione, che viene misurata in percentuale sul pil e che dovrà raggiungere il 5% entro il 2035 comprendendo un 1,5% di interventi “dual use” nel settore della sicurezza.
È una regola stupida, come il limite del 3% al deficit di bilancio stabilito con il Trattato di Maastricht: una percentuale messa lì, come uno spauracchio, senza una vera spiegazione. Poteva essere anche il 2,5% o il 3,5% del pil.
Invece di decidere “che cosa serve”, il condizionale è d’obbligo, per migliorare la difesa militare in Europa, i governi hanno deciso di far vedere ai venditori quanti soldi hanno in portafoglio, anzi quanti soldi si sono impegnati a spendere.
Ovviamente, non c’è nessuna idea di costruire un assetto di sicurezza, basato su un disarmo bilanciato e verificabile, con la Russia: l’obiettivo della Lobby delle armi è l’opposto, fatturare sempre di più.
Girano intanto, dappertutto, le comparazioni tra i costi spaventosamente elevati dei sistemi americani ed europei volti a difendersi dalle incursioni aeree nemiche e quelli infimi dei sistemi di attacco lanciati dalla Russia e dall’Iran: missili vecchissimi e droni dal costo di poche migliaia di dollari vengono contrastati con costosissime salve di contraerea.
Non solo: nel Mar Rosso, le portaerei americane correvano il serio rischio di immagine di essere colpite da minuscoli droni aerei o navali lanciati dagli Houthi. Il danno materiale sarebbe stato infimo, ma il colpo al prestigio incommensurabile.
In Europa, Italia e Germania discutono sulla ripartizione delle commesse per la costruzione di una nuova generazione carri armati, in competizione con i Leclerc francesi e gli Abrams americani, quando la Russia ha mandato in giro solo i vecchi T52 sovietici: con i droni, arma recentissima che ha rivoluzionato il modo di attaccare dal cielo, anche i mezzi corazzati più moderni sono indifesi.
Il futuro caccia di sesta generazione, concordato tra Italia, Gran Bretagna e Giappone preoccupa gli Usa che non venderebbero a mezzo mondo l’erede dell’F35: sarebbe un colpo duro, cui bisogna reagire in ogni modo.
Le armi, come gli eserciti, vanno configurate rispetto al nemico che si immagina di combattere in futuro: e, finora, gli eserciti occidentali si sono prefigurati conflitti asimmetrici condotti da trent’anni a questa parte contro i cosiddetti Stati canaglia, dall’Iraq all’Afganistan, alla Libia, schiacciandoli dal cielo con la superiorità aerea. Ma poi, a terra, è stato un disastro: si doveva rimanere chiusi in compound blindati per renderli inattaccabili, ma non si poteva andare in giro di pattuglia per il pericolo di mine nascoste e di imboscate.
Non è casuale che il nuovo regime siriano sia derivato dal prevalere di formazioni armate locali, addestrate per azioni di guerriglia e di destabilizzazione.
Ormai, nei moderni sistemi d’arma, dai carri armati alle navi, agli aerei da caccia, la componente tecnologica ed elettronica per le comunicazioni e la elaborazione centralizzata dei dati è quella prevalente e la più costosa, con soluzioni e performance che debbono rimanere ovviamente segreti: impossibile fare prove comparative. Basta un semplice upgrading del software installato e nei sistemi di controllo centralizzato per riuscire a vendere lo stesso prodotto di prima ad una cifra ben più elevata.
L’inflazione dei costi di produzione è già una buona scusa per aumentare i prezzi. Gli Usa contano di continuare a vendere le loro armi e non permetteranno regole che escludano le loro industrie dagli appalti europei.
I soldi per le armi ci sono: piatto ricco mi ci ficco.