Il blocco al Gnl Usa mostra i limiti della strategia di diversificazione energetica dell’Ue

Andrea Muratore

29 Gennaio 2024 - 09:52

Gli Usa hanno invaso in due anni il mercato europeo col loro Gnl. L’Europa ha cavalcato questo fatto. Ora Biden fa dietrofront. E Bruxelles è spiazzata.

Il blocco al Gnl Usa mostra i limiti della strategia di diversificazione energetica dell’Ue

Le elezioni presidenziali americane si avvicinano e un Joe Biden in difficoltà nei sondaggi si rivolge alle misure-bandiera per recuperare terreno: l’idea di una perdita di voti democratici a sinistra verso il partito-bandiera dei Verdi, che può danneggiare la corsa del capo di Stato Usa alla riconferma, lo ha spinto di recente a riconsiderare la strategia energetica da lui stesso congegnata e concentrata sul rafforzamento delle esportazioni di Gas naturale liquefatto (Gnl) verso l’estero, Europa in testa.

Il blocco del Gnl Usa

Venerdì 26 gennaio la Casa Bianca ha annunciato che avrebbe sospeso tutti i permessi di esportazione in sospeso per l’ampliamento dell’offerta globale sui mercati del Gnl made in Usa fino a quando il Dipartimento dell’Energia non avesse presentato criteri aggiornati per le approvazioni che tengano conto dell’impatto del cambiamento climatico.

Come spiega il Guardian, “la pausa, che probabilmente durerà oltre le elezioni presidenziali di novembre, potrebbe mettere in pericolo il futuro di oltre una dozzina di terminali di esportazione di gas progettati per la costa del Golfo del Messico”. Il timore di Biden è dettato dai dati secondo cui “se tutti i progetti Gnl proposti andassero avanti e spedissero il gas all’estero, si produrrebbero 3,2 miliardi di tonnellate di gas serra, equivalenti alle emissioni totali dell’Unione Europea”. Qualcosa che cozzerebbe notevolmente tanto con gli obiettivi precedentemente espressi di perseguire la strategia di energy dominance rafforzata in continuità con l’amministrazione di Donald Trump per vincolare all’Usa l’Europa dopo la fine della dipendenza del gas russo quanto con gli investimenti programmati dai colossi della finanza, da BlackRock a Vanguard, nel settore promettente del Gnl.

Come il gas americano ha invaso l’Europa

Da 21,8 miliardi di metri cubi nel 2021 le esportazioni di Gnl a stelle e strisce oltre Atlantico sono quasi triplicate in due anni passando a 55,7 miliardi di metri cubi nel 2022 e 62,9 nel 2023 sull’onda della rottura dell’asse energetico Europa-Russia, secondo i dati S&P Global. L’Europa è diventata la destinazione principale delle esportazioni di GNL degli Stati Uniti nel 2022, un trend rafforzatosi l’anno scorso. L’Ue fa la parte del leone nella destinazione dell’export americano, rappresentando il 64% del totale. Quattro paesi – Francia, Regno Unito, Spagna e Paesi Bassi – rappresentano complessivamente il 74% del totale.

Il blocco di Biden ai nuovi progetti entra in gamba tesa sulla cronica dipendenza energetica europea. Solo poche settimane fa Ditte Juul Jørgensen, la commissaria europea all’Energia, ricordava che “per decenni” l’Europa avrebbe avuto bisogno del Gnl americano. A luglio, per la prima volta,, l’arrivo di gas in Europa via rigassificatori ha superato su base mensile l’arrivo via tubo.

L’Europa in bilico

Bruxelles si trova tra l’incudine e il martello per il fatto che da un lato ha espresso la necessità di aumentare la sicurezza energetica liberandosi dal gas russo e dall’altro ha fissato col Green Deal l’esplicito obiettivo di raggiungere l’obiettivo di zero emissioni nette di carbonio entro il 2050 e di ridurre le emissioni di oltre la metà entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990. L’Unione Europea, dopo l’attacco di Vladimir Putin all’Ucraina, ha stretto un patto innovativo con l’amministrazione Biden per aumentare di 50 milioni di metri cubi all’anno l’ingresso di Gnl statunitense rispetto ai livelli dell’anteguerra almeno fino al 2030. Il Financial Times ricorda che “l’accordo è stato stipulato sulla base del fatto che era in linea con gli obiettivi climatici dell’UE e degli Stati Uniti”.

Delle due l’una. Il Gnl non può essere ambientalmente sostenibile su una sponda dell’Atlantico e insostenibile dall’altra. L’Ue ha accettato una esplicita dipendenza, Jørgensen dixit, sapendo che a parità di quantità, secondo la stagionalità, il Gnl costa dalle tre alle cinque volte di più del gas via tubo. L’Europa, in nome della rottura dei rapporto energetico con la Russia, ha scelto consapevolmente una strada più costosa.

La maxi-bolletta pagata per il Gnl americano

Negli anni a venire, ha scritto Confapi Brescia nel suo Osservatorio Internazionale dedicato al rapporto tra scenari geoeconomici e imprese, “Sul fronte energetico, andrà capito come si bilanceranno gli investimenti green e quelli in fonti come il gas dopo due anni in cui, secondo Eurostat, l’Ue ha pagato per l’energia una bolletta extra di complessivi 185 miliardi di euro. I dati Eurostat parlano chiaro: le potenze atlantiche e dell’Anglosfera sono le vincitrici della battaglia energetica scaricata a terra dall’invasione russa dell’Ucraina”.

E infatti dal 24 febbraio 2022 a oggi la bolletta è salatissima, sul piano economico e politico. “53 miliardi agli Usa, 27 al Regno Unito e 24 alla Norvegia: tre potenze atlantiche e antirusse hanno ottenuto il 56% dei proventi da rincari energetici per le forniture all’Europa rispetto al prezzo medio” pre invasione, sottolinea Confapi Brescia. Ironia della sorte, “la Russia pur con soli 14 miliardi ha comunque incassato di più per l’effetto del boom dei prezzi del 2022”.

Il combinato disposto tra l’extra-bolletta da 185 miliardi di euro, la disruption di infrastrutture strategiche perorato da potenze dello stesso blocco euroatlantico (vedasi il sabotaggio del gasdotto Nord Stream, imputabile all’asse britannico-polacco) e l’assenza di una strategia di risoluzione della guerra d’Ucraina rappresentano le tre facce di una vera e propria batosta geopolitica e economica che, in un certo senso, l’Europa ha contribuito ad infliggersi.

Una strategia poco lungimirante?

Viene da pensare, con questo fatto, a come sostanzialmente la mossa di Biden non cambi ampiamente gli equilibri per l’economia a stelle e strisce. Gli Usa restano autosufficienti energeticamente e sul fronte della sicurezza delle infrastrutture. Il vantaggio di costo acquisito sull’Europa spingendo Bruxelles a cavalcare la rottura col gas russo li rende anche industrialmente più competitivi. Viene da chiedersi se chi glorificava ieri il destino inevitabile dell’inondazione di Gnl americano non avesse pensato all’eventualità che, oltre al fattore-costo, il dato ambientale non potesse pesare sullo sdoganamento di una rottura nelle forniture da parte degli Usa. In quest’ottica, quando nel 2022 Mario Draghi, Roberto Cingolani e Luigi Di Maio hanno fatto della caccia al Gnl e della corsa ai nuovi rigassificatori una questione politica di vita o di morte è possibile che avessero spinto per un salto nel buio che, come le parole della commissaria Jorgensen sembrano confermare, ha messo l’Europa all’angolo. Ponendo le premesse per il concreto rischio di desviliuppo del Vecchio Continente.

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