Nel dibattito globale sull’innovazione finanziaria, una teoria sta emergendo con forza crescente: il Fintech for Good. Si tratta in sintesi dell’adozione di tecnologie digitali nei servizi finanziari per generare non solo profitto ma anche un impatto sociale e ambientale positivo.
La Banca d’Italia stessa, nelle sue recenti indagini sull’ecosistema fintech italiano, ha dedicato spazio a questa evoluzione, (cfr. Sostenibilità e innovazione finanziaria: Il ruolo emergente del Fintech for Good – gennaio 2026) evidenziando come una quota significativa di operatori fintech del nostro Paese stia sviluppando progetti con finalità di sostenibilità e inclusione finanziaria — cioè esempi concreti di Fintech for Good secondo la definizione adottata dalla stessa Authority (l’utilizzo di tecnologie e dell’innovazione al fine del raggiungimento di obiettivi sociali e di tematiche ambientali). In tale ambito sono incluse la lotta alla povertà, la riduzione delle disuguaglianze, il contrasto al cambiamento climatico e l’aumento dell’inclusione finanziaria; pertanto la tecnologia finanziaria non è fine a se stessa, ma diventa strumento per promuovere un’economia più equa, sostenibile e di lungo periodo.
Secondo un altro paper sempre di Banca d’Italia (indagine Fintech sugli operatori italiani non vigilati -dicembre 2025), il 44% degli operatori fintech ha almeno un progetto riconducibile a Fintech for Good. Di questi, il 29% si concentra sulla sostenibilità ambientale, il 40% sull’impatto sociale, e il resto su obiettivi che intrecciano entrambe le dimensioni.
Questa fotografia mostra un fenomeno già radicato nel tessuto dell’innovazione finanziaria italiana: non più progetti isolati, ma una tendenza significativa di imprese fintech che mettono al centro missioni con ricadute positive per la collettività.
È importante leggere questi dati anche in relazione all’evoluzione complessiva degli investimenti nel fintech nazionale: tra il 2021 e il 2025, gli investimenti in tecnologie digitali nel settore finanziario hanno superato quasi 1,9 miliardi di euro, di cui circa un miliardo solo nel biennio 2023-2024, con un’ulteriore spesa prevista per il 2025-2026. Questo indica un mercato in cui la tecnologia diventa infrastruttura fondamentale per l’innovazione, anche quella orientata all’impatto sociale.
Ma è davvero possibile coniugare obiettivi sociali e le logiche di profitto del mondo finanziario, soprattutto nel periodo attuale che stiamo vivendo ?
Fintech for Good : alcuni casi concreti
Fintech for Good (F4G) è un movimento riconosciuto in tutta Europa. Di seguito si dettagliano alcuni esempi concreti che mostrano come il fintech possa tradursi in impatto reale.
Nel Regno Unito Pockit è una società fintech privata fondata a Londra nel 2014 da Virraj Jatania per offrire servizi finanziari a persone escluse dal sistema bancario tradizionale; dopo essere cresciuta da semplice carta prepagata a “super app” per conti correnti digitali, trasferimenti internazionali e anticipi salariali (nel 2024 ha acquisito anche Monese un’altra piattaforma di banking digitale), Pockit ha raccolto decine di milioni di euro in capitali di crescita (mediante Puma Private Equity) da altri investitori. Attraverso la sua app, gli utenti possono ricevere e inviare denaro, impostare addebiti diretti, pagare online e nei negozi, effettuare bonifici e prelevare contanti presso una rete di punti fisici (PayPoint) e sportelli ATM; inoltre offre servizi aggiuntivi che rispondono a bisogni tipici di chi vive con risorse limitate, come l’anticipo sul reddito senza controlli di credito rigidi (Income Advance), strumenti per la costruzione del credito (credit-building), strumenti di budgeting e cashback su acquisti presso rivenditori convenzionati, aiutando gli utenti a migliorare la propria gestione finanziaria e ad evitare prestiti ad alto costo o non regolamentati. Un altro caso britannico con forte profilo etico è Fair for You, una Community Interest Company (CIC) di proprietà della Fair Credit Charity — un ente benefico registrato — che fornisce prestiti flessibili e responsabili alle famiglie escluse dal credito mainstream, reinvestendo gli utili nell’organizzazione e contando sul sostegno di altri investitori sociali.
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Anche in Italia l’ecosistema fintech nel social sta crescendo rapidamente. Cents, fondata a Perugia nel 2021 da giovani imprenditori, è una piattaforma fintech che ha raccolto oltre 1,15 milioni di euro in un round pre-seed per sviluppare un modello Impact-as-a-Service (IAAS) che connette aziende, brand e istituzioni finanziarie con organizzazioni non profit per facilitare donazioni tracciabili e analizzabili in tempo reale, con oltre 60 partner del Terzo Settore come Save the Children e Oxfam e circa 180 progetti attivi, semplificando la raccolta fondi sia online sia offline e integrandola nelle transazioni digitali quotidiane per generare impatto sociale e ambientale. Un altro esempio è Satispay, la società fintech milanese che ha sviluppato una delle app di pagamento mobile più diffuse in Italia: oltre a rendere i pagamenti digitali più accessibili e a basso costo per privati e piccoli esercenti, Satispay ha introdotto funzionalità integrate di donazione a favore di ONG e cause sociali direttamente nell’app, abbattendo barriere di partecipazione e facilitando contributi immediati alle associazioni.
Le contraddizioni e debolezze di questo approccio
I punti critici di questo approccio sociale del fintech sono però numerosi. In primo luogo, lo sviluppo del fintech presuppone un livello minimo di alfabetizzazione digitale che soprattutto in Italia non è affatto uniforme. Una parte significativa della popolazione, in particolare quella più anziana, resta esclusa dall’accesso ai servizi online per mancanza di competenze informatiche, di fiducia negli strumenti digitali o semplicemente di infrastrutture adeguate. In questo senso, la digitalizzazione rischia di produrre una nuova forma di esclusione, sostituendo la marginalità economica con una marginalità tecnologica. Il fenomeno della desertificazione bancaria, cioè la progressiva chiusura delle filiali sul territorio, soprattutto nei piccoli centri, che garantivano assistenza diretta per l’accesso al credito, soprattutto a fasce vulnerabili della popolazione, complica il processo di educazione finanziari anche in chiave tecnologica. Inoltre, uno degli argomenti più ricorrenti a favore del fintech — la riduzione dei costi delle operazioni — non è sempre verificabile e riscontrabile: i risparmi derivanti dall’automazione e dalla digitalizzazione non vengono necessariamente trasferiti alla clientela, ma possono tradursi in nuove commissioni, abbonamenti, costi di gestione anche difficili da intercettare e comprendere, che diventano solo maggiori profitti per gli operatori. A questo quadro si sommano i rischi crescenti legati alla sicurezza: l’espansione dei servizi digitali comporta un aumento di frodi online, phishing, furti di identità e vulnerabilità informatiche, che colpiscono in modo sproporzionato proprio gli utenti meno esperti. Infine, l’uso intensivo di algoritmi e sistemi automatizzati di valutazione del merito creditizio introduce ulteriori criticità: invece di favorire l’inclusione, può rafforzare criteri selettivi e opachi, escludendo soggetti fragili attraverso meccanismi impersonali e difficilmente contestabili. In definitiva, il paradigma F4G mostra una tensione strutturale: mentre promette una finanza più democratica e accessibile, rischia di consolidare nuove disuguaglianze digitali, territoriali e sociali, se non viene accompagnato da politiche pubbliche, educazione finanziaria e presidi umani capaci di impedire che l’innovazione diventi un ulteriore fattore di esclusione.
Innovation Facilitators della Banca d’Italia: infrastrutture istituzionali per un Fintech for Good regolato
Nel quadro del paradigma Fintech for Good, gli Innovation Facilitators della Banca d’Italia rappresentano uno degli strumenti più rilevanti attraverso cui l’innovazione tecnologica nel settore finanziario viene accompagnata e incanalata entro obiettivi di stabilità, trasparenza e tutela sociale. Essi non costituiscono entità giuridiche autonome, né una categoria specifica di funzionari, ma un insieme di canali e dispositivi operativi integrati nella struttura dell’istituto, gestiti da team specializzati interni. Il loro ruolo è quello di colmare il divario tra la rapida evoluzione del fintech e il quadro regolamentare, favorendo un dialogo precoce tra autorità e operatori e anticipando rischi e opportunità dell’innovazione. Attualmente questi facilitatori sono pienamente operativi e si articolano in tre strumenti principali: il Canale Fintech, il Milano Hub e la Regulatory Sandbox.
Il Canale Fintech costituisce un punto di contatto diretto e informale tra startup, imprese tecnologiche, banche e innovatori, permettendo di presentare progetti digitali nei servizi finanziari e nei pagamenti e ricevere orientamenti preliminari e feedback non vincolanti, senza svolgere funzioni autorizzative. Il Milano Hub, con sede a Milano, è invece un centro interno di innovazione che seleziona iniziative promettenti tramite call tematiche (ad esempio su intelligenza artificiale, DLT o pagamenti digitali) e offre mentorship, expertise istituzionale e supporto su sicurezza, governance e conformità, pur senza erogare finanziamenti come un incubatore tradizionale. La Regulatory Sandbox, attiva dal 2021 sotto la supervisione congiunta di Banca d’Italia, CONSOB e IVASS, consente infine a operatori vigilati e non vigilati di sperimentare nuovi prodotti e modelli di business in un ambiente controllato e con condizioni semplificate, testandone impatti e rischi prima dell’ingresso sul mercato. Nel complesso, questi strumenti configurano un’infrastruttura regolatoria essenziale per orientare l’innovazione fintech verso finalità compatibili con l’interesse pubblico, rendendo più concreto l’obiettivo di un fintech non solo efficiente, ma anche socialmente responsabile.
Come valutare un progetto di Fintech for Good: criteri guida per investitori e policy maker
La valutazione di un progetto fintech che vuole avere caratteristiche di socialità deve basarsi su alcuni criteri fondamentali. In primo luogo, è essenziale la chiarezza della missione, poiché l’obiettivo di impatto deve essere parte strutturale del modello di business e non un elemento marginale. In secondo luogo, l’impatto deve essere misurabile, attraverso indicatori concreti come l’ampliamento dell’accesso al credito, la riduzione dei costi finanziari per utenti vulnerabili, il miglioramento del benessere economico o la diminuzione delle emissioni legate ai consumi. Un ulteriore aspetto riguarda la sostenibilità economica, ovvero la capacità del progetto di autosostenersi nel tempo senza dipendere esclusivamente da sussidi o finanziamenti straordinari. Centrale è anche la dimensione della governance e dell’uso dei dati, che richiede attenzione a privacy, sicurezza informatica e trasparenza degli algoritmi, per evitare nuove forme di discriminazione o vulnerabilità. Infine, un vero progetto Fintech for Good deve dimostrare una scalabilità responsabile, cioè la possibilità di crescere mantenendo efficacia e inclusività, senza produrre ulteriori esclusioni sociali o digitali.
Sfide e prospettive future
Fintech for Good non è una moda passeggera: è un movimento che riflette una trasformazione più profonda della relazione tra finanza, tecnologia e società. Nonostante l’entusiasmo, esistono sfide concrete. Uno degli aspetti più complessi riguarda innanzitutto la difficoltà di misurare l’impatto reale dei progetti: costruire metriche affidabili per valutare gli effetti sociali e ambientali di una soluzione fintech non è affatto scontato, poiché l’inclusione finanziaria non può essere ridotta alla semplice adozione di un servizio, ma deve essere osservata attraverso risultati concreti e tangibili sulla condizione economica degli utenti. A questo si aggiunge il tema cruciale dell’alfabetizzazione digitale, poiché l’efficacia delle tecnologie finanziarie dipende anche dalla capacità delle persone di comprenderle e utilizzarle correttamente: in molti paesi, soprattutto tra le fasce più vulnerabili, la scarsa educazione finanziaria e digitale rappresenta ancora un ostacolo significativo