I prezzi di questi titoli di Stato come il BTP 2,8% esploderanno in primavera?

Stefano Vozza

18 Marzo 2025 - 11:17

La compressione dei prezzi dei bond lunghi ad elevata duration potrebbe avere le settimane contate ma le incognite da ponderare sono tante

I prezzi di questi titoli di Stato come il BTP 2,8% esploderanno in primavera?

Tra chi ha sottoscritto nel recente passato titoli lunghi con cedole non esaltanti non mancano possibili, potenziali perdite sul conto titoli.

Di recente i rendimenti sono tornati a salire affondando i rispettivi corsi di mercato. Tanti investitori si chiedono: ma esploderanno in primavera i prezzi di questi titoli di Stato come il BTP 2,8%?

Un quinquennio difficile sul mercato dei bond sovrani

Se in passato l’investire in bond è stato percepito come relativamente “noioso” nel senso di dinamiche grosso modo prevedibili, oggi la musica è cambiata. L’era post Covid è stata segnata da un ritorno a doppia cifra dell’inflazione, con le conseguenze del caso.

Le politiche monetarie delle Banche Centrali sono passate da accomodanti a restrittive. Ciò ha comportato il collasso dei bond, specie quelli lunghi e a cedola bassa, che per adeguarne i rendimenti sono stati colpiti da massicce vendite.
Dalla fine del 2023 stava lentamente ritornando il sereno sul comparto, con gli operatori che già scommettevano su un rientro veloce del costo del denaro.

Ciò avrebbe comportato una ridiscesa dei rendimenti e quindi un apprezzamento dei corsi. Fino all’autunno 2024 le cose sembrano indirizzate su questo binario, anche se regnava la delusione per i tempi del recupero. Erano troppo lenti, a giudizio di chi aveva già comprato.

Il crollo dei prezzi dei titoli di Stato lunghi nelle ultime settimane

Ora, per comprendere il perché del recente crollo dei prezzi dei bond ad alta duration occorre capire quali fattori li hanno zavorrati. A nostro avviso si possono ravvisare almeno 4 elementi chiave.

Il primo, che a più riprese si sta rivelando quello cruciale, è che le politiche fiscali in molti Stati sovrani sono tra l’accomodante e l’espansivo. L’era Covid ha sdoganato molti ex vincoli di bilancio sovrani, oggi non del tutto superati ma nei fatti molto annacquati. Il là alle vendite dei bond a dicembre giunse da quel “America First” dell’allora neo eletto Presidente Trump. Il suo programma era certamente molto ambizioso ma che nei fatti poggiava su nuovo debito e indebolimento del $. Due mosse che nella sostanza incatenano l’operatività della FED (come fa ad abbassare i tassi più di tanto?) e, a cascata, quello della BCE (e non solo).

Ma neanche nel Vecchio Continente mancano i maxi-programmi fondati sul debito, tipo “ReArm Europe” e il maxi-fondo tedesco su infrastrutture ed armi. Infine non mancano i programmi di aiuti e/o spesa nazionale in molti Stati sovrani come Italia e Francia, per esempio. Presi tutti insieme nel loro complesso non fanno altro che sostenere la domanda aggregata, quindi i prezzi di mercato e in definitiva l’inflazione.

Dalla corse dei listini di Borsa alle minacce sui dazi

Un’altra causa, sicuramente meno impattante della prima ma che comunque ci mette del suo, è che vi sono altri asset che vanno meglio dell’obbligazionario. Pensiamo ai listini azionari, per esempio, in salita da inizio anno anche se sarebbe più corretto dire da diversi anni, come il nostro Ftse Mib.

A seguire c’è la minaccia dei dazi, che hanno l’effetto di alzare per Legge i prezzi dei beni importati (e daziati). Ad essi gli Stati nazionali reagiscono introducendone di nuovi in risposta a quelli subiti, ma alla fine a rimetterci sono i cittadini che assistono inermi all’aumento dei prezzi.

Infine pesano le incertezze legate alle guerre e/o alle tensioni presenti in più parti del Globo, specie lì da dove provengono le materie prime come i combustibili fossili. Se il prezzo del petrolio (o del gas) aumenta, salgono a cascata i prezzi di tutti i beni e servizi perché è l’input chiave di molti processi produttivi.

Rendimenti in salita e corsi collassati

Consideriamo ora 2 titoli emessi da altrettanti Stati sovrani europei e che godono di buona liquidità sul mercato secondario.
Il BTP Tf 2,8% con ISIN IT0005217390 e in scadenza l’1/03/‘67 oggi prezza sui 69,25 ma venerdì scorso ha chiuso a 68,14 centesimi. L’attuale rendimento effettivo a scadenza è del 4,44%.

Tuttavia, a dicembre il picco è stato a 82,60 mentre 3 anni fa come adesso quotava sopra cento. In entrambi i casi le potenziali perdite in conto capitale sarebbero ingenti e a doppia cifra.

Stessi trend per l’OAT maggio 2072 (ISIN FR0014001NN8) con cedola dello 0,50% e attuali quotazioni sul MOT addirittura in area 30. Meglio, a 29,94 stamane, e a 29,16 alla chiusura di venerdì 14. Il titolo in verità non è mai stato a 100 o al di sopra, ma neanche agli attuali prezzi. A dicembre 2023 ha sfiorato i 45 centesimi, mentre allo stesso periodo del ‘24 era in area 38, ossia più del 20% di perdita dall’ultimo picco di periodo.

Esploderanno in primavera i prezzi di questi titoli di Stato come il BTP 2,8%?

Da che mondo è mondo, sui mercati finanziari non si compra mai un prodotto solo perché il suo prezzo “è sceso troppo”. Non è una strategia operativa, né mai potrebbe esserlo. Se un prezzo scende è perché il mercato non reputa quell’asset interessante e/o lo considera ad alto rischio. Niente e nessuno, vieta che i corsi dei titoli ad elevata duration possano continuare a scendere o che vi restino a quei livelli a lungo termine.

Tuttavia, c’è che il mercato è fatto anche di trend, di momenti, di fasi alle stelle e di altre alle stalle. Secondo gli analisti sembra che il mercato abbia scontato nei prezzi molte delle minacce presenti. Certo, mancano ancora quelle future, che verranno ponderate, e se del caso incorporate nei prezzi, non appena di riveleranno.

E se invece qualcuna di quelle già note dovesse abbandonare il campo, o comunque rivelarsi essere stata troppo scontata rispetto alle possibili minacce? Staremo a vedere cosa riserverà di bello la primavera ’25 per il comparto obbligazionario. Potrebbe ancora dominare il gelo a beneficio dei rendimenti e quindi dei nuovi investimenti, a “danno” dei vecchi eseguiti. In tal caso l’appuntamento con la ripresa dei corsi è da intendersi come rinviata a data da destinarsi.

Parimenti potrebbe avvenire il contrario e assistere a un ridimensionamento dei ritorni a vantaggio dei corsi. Quale dei due scenari prenderà il sopravvento sull’altro? Staremo a vedere: in entrambi i casi sarà una primavera che non lesinerà sorprese.