I dati della Banca d’Italia parlano chiaro. Il lavoro da remoto non danneggia la produttività

Alberto De Pasquale

21/12/2025

Soltanto le aziende che hanno investito nel digitale hanno avuto un ritorno positivo: per tutte le altre l’effetto è stato nullo, ma non è un male.

I dati della Banca d’Italia parlano chiaro. Il lavoro da remoto non danneggia la produttività

Con il lavoro da remoto la produttività non cresce, ma nemmeno diminuisce. È un gioco a somma zero che non porta grandi vantaggi su fatturato e input di lavoro (numero di dipendenti, ore lavorate).

Ognuno potrà vedere il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, ma la notizia che il lavoro a distanza, o smart working se si preferisce, non ha avuto impatti sulla produttività media delle imprese può essere considerata positiva, se si pensa a come questa modalità di lavoro sia piombata all’improvviso nella vita dei lavoratori italiani.

La diffusione del lavoro a distanza

Nel 2019 soltanto il 9,8% delle aziende prevedeva il lavoro a distanza e appena l’1,2% degli occupati italiani lavorava quotidianamente da remoto. Nel 2020 è arrivato il picco: all’improvviso, il 58,6% delle aziende si è ritrovato a lavorare a distanza. Nel 2021 la diffusione è scesa al 39%, per poi stabilizzarsi ai livelli attuali, che vedono il lavoro da remoto utilizzato da circa un’azienda italiana su quattro.

Dal punto di vista dei lavoratori, la modalità a distanza consente maggiore flessibilità e una gestione del tempo potenzialmente più efficiente nel corso della giornata. E ha avuto ricadute positive anche sull’occupazione. Ma che impatti ha sulla produttività? È lecito chiederselo, considerando che oggi in Italia, sebbene nettamente ridimensionata rispetto ai tempi della pandemia, risulta ben più diffusa al confronto con i livelli precedenti. Ed è quello che ha fatto la Banca d’Italia, che ha analizzato l’impatto dell’adozione del lavoro da remoto in Italia tra il 2019 e il 2023.

Lo studio di Banca d’Italia

In uno studio arriva alla conclusione che il lavoro da casa non ha né migliorato, né ostacolato la produttività del lavoro: «Ha avuto un impatto trascurabile sulla produzione aziendale e sull’input di lavoro e non ha influenzato la composizione della forza lavoro, i profitti, i costi variabili o gli investimenti in tecnologie 4.0». Insomma, non ha fatto danni ed è già qualcosa, dato che in molti, lato aziende, vedevano (e continuano a vedere) nel lavoro a distanza un ostacolo più che un’opportunità. L’effetto è stato quindi nullo, in media. Ma chiaramente ci sono le eccezioni.

In alcuni casi un impatto positivo sulla produttività, in realtà, c’è stato e ha riguardato le aziende che, prima della pandemia, avevano investito almeno il 5% del proprio fatturato annuo in tecnologie digitali e di automazione. Essendo già dotate di tecnologie IT all’avanguardia, le aziende che avevano investito sono state in grado di sfruttare le opportunità del lavoro da remoto, migliorando la produttività nel medio periodo.

La produttività sale con lo smart working

Ma c’è di più. Le aziende che hanno avuto benefici in termini di produttività grazie al lavoro da remoto hanno continuato a utilizzarlo anche dopo l’emergenza del 2020-2021. Al contrario, le imprese che erano più restie a concedere il lavoro da casa e con una minore conoscenza di queste modalità, hanno registrato effetti negativi sulla produttività.

Lo studio suggerisce implicitamente che solo le aziende con processi produttivi più votati al digitale e che sono state lungimiranti, dotandosi per tempo di competenze e mezzi per consentire ai propri lavoratori di dare un contributo da remoto, hanno saputo cavalcare l’onda del lavoro a distanza. Chi lo ha osteggiato, temendo ricadute negative sulla produttività, ne ha in effetti risentito, ma avrebbe probabilmente potuto limitare i danni, se avesse investito. Mediamente, comunque, nessuno ha subito cali rilevanti legati a una modalità di organizzazione del lavoro che sembra ormai diventata strutturale, ove possibile.